Counseling con Ciabattoni Letizia: litigare sui social non ci eleva

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 9 febbruary 2019

 

Litigare sui social network, nelle chat, per telefono o via sms, sembra essere uno dei trend di questo contesto socio-culturale. Purtroppo si tratta di veri e propri litigi dai toni implacabili anche quando si commenta il post più banale. Su Facebook, Twitter, nelle chat di WhatsApp se ne leggono davvero di tutti i colori e cercare di starne fuori non è impresa affatto facile. Questa vita sempre più frenetica, aggiunto al sempre minor tempo trascorso in casa e al contatto diretto con partner, amici e familiari, ha come conseguenza che anche i diverbi tendono ad uscire dalle mura domestiche, per svolgersi in luoghi virtuali quali la rete e il web. Questi ultimi sono “ambienti” sempre più spesso teatro di insulti e scaramucce. Tutte queste nuove modalità di litigio allontanano da quello che dovrebbe rivelarsi come un confronto faccia a faccia. Privarsi della possibilità di chiarire guardandosi negli occhi, spesso porta il litigio ad acuirsi, scaldando ulteriormente gli animi, creando ulteriori malintesi, piuttosto che aiutare a trovare un punto d'incontro e a comprendere l'altro. Insomma, viene a mancare l'empatia che ci dovrebbe essere tra le persone. L’evoluzione tecnologica non è stata corredata di pari passo da una sorta di educazione online. Educazione nello scrivere coi toni migliori, con le espressioni meno aggressive, col giusto utilizzo della punteggiatura e facendo emergere anche il non scritto tra le righe. Italo Calvino, non proprio l’ultimo arrivato, adottava l’idea di rileggere, ripensare, rivalutare quanto detto o scritto. Essere costantemente connessi con chiunque e in qualsiasi momento, ci porta a vivere la diversità come una parte ormai consolidata della vita, entrando quotidianamente con i commenti e le discussioni nei nostri spazi di connessione virtuale, lasciando però dei meri strascichi anche nella parte del nostro quotidiano offline. Di fronte a questo, dovremmo imparare alcune tra le competenze di comunicazione di base per gestire il continuo confronto della vita social. Come asserisce Bruno Mastroianni (autore del testo: La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico): “Imparare a sostenere il proprio punto di vista davanti all’altro che non è d’accordo si può. È faticoso e richiede impegno e intenzionalità. La nostra tendenza è stare con i simili, rifiutare i diversi, cercare conferme, fuggire da chi mette in dubbio i nostri assunti. Una volta riconosciuto in noi questo istinto, ci si può lavorare, scoprendo ad esempio che le migliori idee nella vita di solito le abbiamo a seguito di un confronto o di una divergenza. Nessuno di noi vive come un intellettuale solitario in una torre. Conoscere è spesso “scontrarsi” con un pezzo di realtà che non si era notato fino a quel momento, spesso è proprio qualcuno con una prospettiva opposta a mostrarcelo.” Partendo da un vero e proprio distaccamento del punto di vista personale, dell’offesa percepita come alla persona in se piuttosto che ad un messaggio, una opinione o una idea, sarebbe già un buon modo per ripulire una risposta mordacee da tutta la presunta aggressività. Riflettere e prendere anche qualche sosta, un respiro profondo per evitare di dare delle risposte buttate la, di getto, magari anche con inequivocabili errori di battitura, senza la corretta punteggiatura. Imparare ad uscire dalla propria zona di confort, anche nel pensiero e nella propria presa di posizione, potrebbe rivelarsi un enorme esercizio di apertura mentale e crescita. Dissentire non equivale a eliminare dalla faccia dell’universo la persona che ha espresso una opinione, più o meno garbata, differente dalla nostra. Autoironia e sdrammatizzazione sono delle ottime armi indispensabili per abbassare toni di rabbia e odio da tastiera. Scendere dal pulpito della saccenza, imparando ad argomentare in maniera più semplice senza credere di essere in assoluto i detentori della verità estrema. Inoltre, la possibilità di rimanere in silenzio, senza per questo temere di sembrare deboli o privi di argomentazioni, può essere una tra le tante alternative plausibili. Ricordiamo che quando discutiamo sui social, non siamo semplicemente in due a discutere, vi è un infinito numero di lettori più o meno taciturni che seguono i nostri dissensi, facendo sì che il modo di esprimersi, la volgarità, la cattiveria gratuita e gli “orrori ortografici” prendano il sopravvento sulla questione della disputa in se, facendo sì a volte, che quest’ultima passi addirittura in secondo piano. Fatica sprecata! Ricordiamo che online equivale a: in pubblico e che una corretta comunicazione, un modo corretto di dissentire, di esprimere le proprie opinioni differenti è alla base di un modo civile e maturo di stare tra e con gli altri. E se poi la rabbia e la frustrazione sono talmente tante, prima di riversarla in rete, facciamo due chiacchiere dal vivo, e lavoriamo insieme su questo eccesso di aggressività latente. Si può fare! Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: non voglio avere figli

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 01 february 2019

 

Arrivano da me in consulenza, ormai mesi e mesi fa, Francesco e Vera (ovviamente i nomi sono fittizi per tutela della loro privacy) che si siedono e mi fanno immediatamente questa domanda: “Che male c’è se una coppia non desidera avere figli?” Oggigiorno, pensare che ci sia qualcosa di anormale, contro natura è ancora di moda? Trattasi di una scelta personale, eventualmente condivisa con il proprio partner ma di certo assolutamente lecita che non merita di essere additata o giudicata. Possono davvero essere molte le motivazioni che spingono tante donne e relative coppie a fare questa scelta, tutte motivazioni valide. Magari non ci si sente pronti ad avere bambini o non ci si vede nel ruolo genitoriale. Oppure semplicemente ci si vuole sentire “liberi” da determinate responsabilità. Eppure, ancora oggi, essere una donna o una coppia senza figli è una scelta che scatena pregiudizi sociali. La decisione di non procreare non dovrebbe essere vista come un difetto o un fallimento, che rende "meno donne" rispetto a chi, invece, opta per la maternità. Agli uomini che non vogliono diventare papà non sembrano richieste altrettante giustificazioni, o comunque non tanto pressanti, a differenze del fronte femminile. E questo dover dare spiegazioni e motivazioni, può scatenare disagi e la malsana sensazione di essere sbagliati. Cosa che non dovrebbe accadere, perché metter al mondo un figlio è sempre e solo una scelta individuale, che nessuno può mettere in discussione. Se la maternità o la paternità non rappresenta il tipo di identità che si desidera, allora è importante assecondare tale necessità senza farsi influenzare dal contesto sociale o familiare. Donne e uomini che non vogliono figli quando non sono considerati “strambi”, diventano automaticamente degli adulti egoisti e immaturi. La verità è che bisognerebbe accettare e rispettare il fatto che i figli non definiscono l'identità di una persona, tantomeno di una coppia e, soprattutto, non dovrebbero essere l'unico elemento della propria vita. La propria autostima e sensazione di autorealizzazione è composta da un insieme variegato di fattori, esistono madri e padri depressi e frustrati e donne e uomini senza figli centrati e felici. La felicità è uno stato dato da decisioni prese in totale serenità e libertà. Inoltre è davvero inutile e poco delicato continuare a ribadire il concetto che i figli sono una tra le esperienze più belle del mondo. Probabilmente lo sono, ma questo non significa che chi non ne desideri avere sia una persona arida e infelice. Poco pertinenti potrebbero essere le tipiche domandi quali: ma non senti l'orologio biologico? Non ci pensi mai? Non ci hai mai provato? I figli ti cambiano la vita, lo sai vero? Sbrigati a farli che quando li vorrai non è detto che arrivino. E poi chi si occuperà di te quando sari vecchio? Si vede che sei più concentrata sul lavoro e la carriera, te ne pentirai. Ma sei sterile? Queste sono tutte domande o affermazioni poco empatiche e davvero invasive. Ognuno può sentirsi libero e sereno in tale scelta e se il contesto circostante rischia di turbare tale serenità se ne può sempre parlare in totale libertà e accoglienza con un Counselor. Certe volte bastano davvero pochi incontri per liberarsi dal peso dei pregiudizi esterni, proprio come è accaduto a Francesco e Vera. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia : lutto, perdita, abbandono affrontarli insieme

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 29 January 2018

 

Un percorso di Counseling può aiutare a sentirsi protetti nella propria sofferenza, elaborando le emozioni più profonde, dalla paura, alla sfiducia, alla rabbia, rendendoci nuovamente capaci di amare noi, gli altri e la vita. All'interno di un percorso di Counseling si possono trovare spazio e tempo giusti per parlare della perdita della persona che si amava, rimanendo così, in maniera emotivamente sana, in contatto con i ricordi. All'interno del percorso di Counseling si può percepire il proprio dolore per poterlo elaborare, poiché certe volte il dolore è troppo profondo per essere affrontato da soli. Grazie al Counselor, alla sua compassione ed empatia, ci si può liberare della paura di un nuovo abbandono, di un ennesimo rifiuto, di soccombere sotto le macerie della catastrofe. Il Counseling è uno spazio e un tempo di qualità nel quale parlare o stare in silenzio consapevoli di non essere soli bensì accolti e compresi. Ciò vale per gli adulti e per i bambini. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: a proposito di somatizzazione

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 28 january 2019

 

Quante volte abbiamo la sensazione che le nostre emozioni, pura energia, debbano poter trovare uno sbocco, defluire liberamente e che se non lo fanno, ci sentiamo “ammalati”, stanchi, tesi, con mille mali sparsi tra: emicrania, mal di stomaco, insonnia, male alle spalle, al petto. Questo potrebbe significare che il nostro corpo sta somatizzando tutte le nostre emozioni represse, positive o negative che siano. Ovviamente senza escludere la presenza di problematiche di salute preventivamente controllate e monitorate da un medico curante. Ormai è noto il collegamento tra un disturbo del corpo e la sua eventuale corrispondenza di natura emotiva. Alla base c’è l’idea che la costituzione dell’uomo sia mente-corpo. In particolare, sono le emozioni dolorose che spingono il nostro corpo a difendersi e a manifestare conseguentemente il disagio su alcuni organi, cosiddetti bersaglio. Un mero meccanismo di difesa contro le emozioni che, portano il disagio nell’esprimersi, direttamente attraverso il corpo. Secondo innumerevoli ricerche ormai conclamate, i disturbi più diffusi sono quelli degli apparati: gastrointestinale , cardiocircolatorio e respiratorio. In casi simili, è molto utile una nuova consapevolezza da parte di chi soffre tali fastidi, della propria storia, delle proprie relazioni, al fine non solo di migliorare la qualità della vita a tutto tondo, sia a livello alimentare, sul piano dell’assetto posturale che un corpo può assumere a causa di tali problematiche, senza dimenticare un intervento integrato tra vari professionisti della salute, della medicina e del benessere, ognuno utilizzando il proprio settore di competenza fisico, mentale ed emotivo. Il Counselor in tutto ciò si propone di facilitare un maggior contatto con la propria dimensione corporea e il riconoscimento delle proprie emozioni, aumentando inoltre il senso di benessere e la serenità, agendo al fine di riportare la persona in una posizione di forza interiore e di gestione attiva del proprio benessere che massimizzi le possibilità di ripristino dell’organismo. In dettaglio, il Counselor può lavorare, ad esempio, assieme al cliente sul rafforzare il legame tra il cliente e il proprio corpo, educandolo a un ascolto corporeo che gli permetta di riconoscere come il corpo risponda alle sue emozioni in corrispondenza di eventi o sintomi determinati. Il Counseling è una relazione di aiuto che ha l’obiettivo di sciogliere i malesseri che rendono le persone insoddisfatte della loro vita. La tensione creata dalle frustrazioni può essere così intensa e duratura dall’essere convertita in sintomo fisico se non viene trovata un’altra modalità di trasformazione della stessa. Attraverso un rafforzamento del legame che la persona ha con il proprio corpo, egli lavora affinché essa si rimetta al centro dei processi e delle decisioni che riguardano la sua salute e, andando oltre, la sua propria vita. Il disturbo può così essere trasformato in un’opportunità di evoluzione per la persona, che il Counselor accompagna nella messa in atto dei cambiamenti reali che renderanno la sua esistenza più piena e soddisfacente. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: la morte di Fido e i nostri figli

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 15 january 2019

 

Potrebbe capitare prima o poi che ci sentiamo pervasi dall’angoscia della perdita di un nostro amico peloso: cane, gatto, coniglietto o anche un pesciolino rosso o dei simpatici canarini. Ancor più potrebbe tediarci il pensiero di dover preannunciare la cosa al membro più giovane della nostra famiglia. La migliore delle soluzione sta nel dire subito la verità e non posticipando il momento del dolore, non trovando subito un sostituto, per dare a vostro figlio, a vostro nipote, il tempo di elaborare il lutto. La perdita dell’animale che si è sempre visto scorrazzare per casa o nella gabbietta, può essere decisamente un evento traumatico per i bambini oltre che per noi adulti ovviamente. Alcuni accorgimenti che potremo adottare ci sono e ve li suggerirò qui di seguito. La prima cosa da evitare nella maniera più assoluta è quella di mentire, senza inventare storielle sul fatto che Fido o Kitty stanno dormendo o sono andati via per un periodo, perché il bambino è legato a loro e aspetterà il momento in cui tornano all’infinito. Mentendogli, allungherete solo il loro dolore al punto di sentirsi prima o poi anche presi per il naso. Spesso capita che l’animale in questione sia malato o anziano, in tal caso è opportuno preparare lentamente e con gradualità il vostro bambino al distacco, rendendogli evidente la situazione, magari facendogli notare le fatiche e le debolezze dell’amico peloso: il fatto che non gioca più come una volta, che si stanca, insomma che sta male. Questo permetterà al bambino di prendere piena consapevolezza della situazione. Ovviamente cercheremo di trovare le parole più adatte ad ogni fascia di età, né troppo cruenti ma neanche troppo fantasiose e surreali. Non temete di mostrare anche i vostri sentimenti di tristezza e dolore mentre date la notizia della morte, inutile e poco educativo minimizzare o comportarci da supereroi privi di sentimenti. Concediamo ai bambini, ai ragazzi, a noi stessi, lo spazio di piangere e di arrabbiarsi. Facciamogli capire che anche noi siamo tristi e che comprendiamo in maniera assoluta il loro sentimento di dolore. Non dimenticate di scegliere insieme un giusto rito di addio da compiere tutti assieme in famiglia, ciò permettere di chiudere simbolicamente il cerchio della vita per dare spazio ai ricordi piacevoli trascorsi assieme al compagno di giochi. Tutto ciò, a prescindere dal credo di appartenenza o dal livello di spiritualità percepito in famiglia, andrà accompagnato dal racconto che il nostro amico animale si trova sicuramente in un posto meraviglioso, pieno di amore e dove può giocare e mangiare in abbondanza. Ricordiamo che in base all’età vi sono percezioni distinte della morte: a due anni di vita ad esempio, l’unica cosa che il bambino percepisce è che in casa c’è un po’ di stress, fino ai 5 anni i bambini non hanno l’idea della morte come di qualcosa di permanente, ma in reazione al dolore hanno comportamenti di regressione (ad esempio potrebbero fare la pipì a letto, anche dopo del tempo dal superamento di tale difficoltà). Dopo i sette-otto anni i figli cominceranno a chiedere dov’è l’animale. Vi sono molte valide pubblicazioni in commerci che parlano del tema del lutto e della perdita in base alla fascia di età che hanno i figli. Spesso una fiaba, soprattutto per i più piccoli, può rivelarsi un ottimo modo di catalizzare il tutto. Con gli adolescenti invece dobbiamo prestare maggiore attenzione, poiché la scomparsa dell’animale potrebbe attivare in loro tutti i pensieri di morte, che possono riguardare anche genitori o amici. Un altro valido motivo per cui non bisogna aver timore nell’affrontare questo argomento con loro, va trattato a viso aperto stando attenti a non farsi frenare da una delle più grandi paure di un genitore: morire e lasciare il figlio solo e abbandonato a se stesso. Anche qui, lasciamo che i bei ricordi di momenti trascorsi con il cucciolo possano essere condivisi ed esternati, magari anche con delle foto dell’animale come sfondo dello smartphone. In fine, evitiamo di rimpiazzare immediatamente il vecchio compagno di giochi con uno nuovo, non trattavasi di un giocattolo. Tale passaggio merita tutta la catarsi necessaria. Arriverà il momento giusto per riavvicinarsi a un nuovo compagno di giochi che non sarà un rimpiazzo e tantomeno una copia con la quale esorcizzare dolore e ricordi passati. Se ci ritroviamo con un buon livello di contatto emotivo, sia noi che i nostri figli, capiremo assieme quando sarà il momento giusto per accogliere nuovamente un nuovo animale in casa. Inoltre, potrete sempre rivolgervi ad un professionista che possa darvi qualche suggerimento in più o che possa affiancare noi e i nostri figli in questo delicato momento. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 12 january 2019

 

Quante volte ci siamo detti: “lo faccio domani”, che trattasi di cose piccole da affrontare o sfide più grandi, situazioni personali o lavorative. Non è del tutto colpa del nostro modo di filosofeggiare, la ragione del "lo faccio domani" sta nel cervello, ce lo dice uno studio scientifico che ha rivelato il perché tendiamo a posticipare sempre tutto e la ragione sarebbe più che plausibile: dipende dalla struttura del nostro cervello. Lo studio è stato riportato da Psychological Science e portato avanti dagli scienziati della Ruhr University Bochum e descrive in modo efficace come funzionano il cervello e le sue due componenti principali: l'amigdala e la corteccia cingolata anteriore (DACC). La prima è deputata a elaborare le emozioni e a definire i processi di motivazione; la seconda invece decide cosa fare di queste emozioni e se e come passare all'eventuale azione. Quindi è proprio la DACC a bloccare molto spesso i nostri comportamenti e quindi a indurci o meno a procrastinare. Dallo studio su 264 persone è emerso che ad amigdala più ingombrante corrisponde una capacità di procrastinare maggiore e che se i rapporti tra l'amigdala e la corteccia cingolata anteriore sono deboli, allora minore sarà la possibilità che noi decidiamo di fare o meno qualunque cosa. Eppure, l'esperto Tim Pychyl, che ha studiato i meccanismi della procrastinazione, ha rivelato che il cervello è un organo malleabile che possiamo cambiare con una giusta dose di training quotidiano. Sia chiaro, nessuno di noi probabilmente è immune dal rimandare a domani qualche attività, ma il 20 per cento circa delle persone, rimanda cronicamente per evitare compiti difficili e cercando distrazioni in maniera deliberata che, purtroppo, sono sempre disponibili. Proviamo a chiederci perché mai ci converrebbe non rimandare più, trovando una valida soluzione soggettiva e non una suggerita da altri. Le nostre motivazioni possono essere più persuasive in linea generale. Chiediamoci anche di cosa abbiamo bisogno per non temere di non riuscire a portare a termine il compito che continuiamo a rimandare da giorni, settimane o addirittura mesi. Maggiore autostima? Essere consci del fatto che ce la possiamo fare? Essere più fiduciosi nelle nostre capacità? Bene, allora iniziamo coll’immaginare, interiorizzando e credendoci che possiamo farcela, che le scelte dipendono da noi stessi. Impariamo a pensare che possiamo davvero fare tutto ciò che desideriamo, basta un minimo di organizzazione e di pragmaticità. Tutte cose già presenti nelle nostre competenze, probabilmente assopite o nascoste, quindi possiamo farle riemergere anche grazie all’aiuto di un percorso di Counseling adatto a noi stessi. Anche il perenne tira e molla nel ricercare supporto esterno, chiedendo sostegno professionale può essere un modo di procrastinare il più profondo desiderio di iniziare un lavoro su noi stessi. La paura spesso non aiuta. Allora possiamo imparare ad impegnarci lentamente, con cautela, un po’ per volta (chi va piano va lontano) ma comunque va, non resta incollato al terreno. Procedere a piccoli passi non è un errore, serve anche sondare un terreno nuovo per chi da sempre ha la tendenza a rimandare. Questo nuovo territorio può accogliermi? Mi sorreggerà? È il mio territorio? Come poter rispondere se non proviamo? Magari potrebbe essere anche divertente ed eccitante calpestare nuove strade. Ammettiamolo, alcune cose è davvero importante affrontarle con calma e a mente lucida ma rimandare costantemente farà si che ci ritroveremo con un accumulo di cose da fare che non sapremo neanche più da che parte iniziare, sentendoci stanchi, confusi e frustrati. Chi ben inizia è a metà dell’opera. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: i benefici del volontariato

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 07 january 2019 on Counseling Italia

 

Oramai è un dato di fatto, la scienza lo conferma: il volontariato fa bene non solo a chi lo riceve ma anche a chi lo fa. Innanzitutto chi fa volontariato è solitamente “obbligato” a stare in contatto con tante persone: altri volontari, bisognosi, coordinatori di varie strutture.. quindi non soffre la solitudine, ecco perché è un’attività molto consigliata alle persone pensionate in quanto li aiuta ad avere uno scopo rendendosi utili e non soffrendo la solitudine. Senza escludere il fatto che taluni tipi di volontariato, obbligano a stare anche all’aria aperta e a fare movimento. La cosa più importante tra tute forse sta nel fatto che facendo del volontariato si può accrescere il proprio bagaglio di vita ed esperienziale, aiutandoci ad ampliare la nostra rete sociale che decisamente potrebbe divenire più movimentata ed interessante. Il dottor Richard Davidson, neuro-scienziato dell’università del Wisconsin (USA), da anni studia gli effetti a livello cerebrale dello svolgere azioni com-passionevoli e gentili, nelle situazioni più svariate, per se stessi o per gli altri. Arrivando alla conclusione che quando facciamo qualcosa per noi stessi le emozioni positive che proviamo durano poco, mentre fare qualcosa per gli altri risulta benefico per il cervello, in quanto le emozioni positive che proviamo durano molto più a lungo, anche dopo molto tempo da quando abbiamo compiuto l’azione in se. Altri studiosi dell’università di Exeter in Gran Bretagna, invece, hanno analizzato e messo a confronto i risultati di ben 40 ricerche sul volontariato, avendo la conferma che chi si dedica a tale attività è più felice di chi non ne fa (in linea generale) e apprezza maggiormente la propria vita, risultando meno soggetto ad ansia e depressione, grazie al fatto chefacendo del bene agli altri ci si sente bene con se stessi. Se dal lato psicologico tali effetti benefici sono ormai stati più che convalidati, molto ancora c’è in atto sullo studio che correlazioni il fare attività di volontariato possa o meno aumentare le probabilità di vivere più a lungo del 20%. A tal proposito, ci sono alcuni studiosi che ipotizzano che, grazie al nostro sistema neuroimmunoendocrino (che mette in comunicazione tra loro il sistema immunitario, metabolico e celebrale del nostro organismo) i benefici del volontariato sulla mente si potrebbero ripercuotere in tutto l’organismo, donando sentore di benessere generale. Grazie anche al fatto che si fa maggiore movimento, non affossando nella vita sedentaria, facendo sì che i valori di colesterolo e peso tendono a diminuire, come ha già dimostrato uno studio condotto sugli adolescenti. Provar non nuoce. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: imparare a distaccarsi per perseguire obiettivi

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published on: 05 january 2019

 

L’inizio di un nuovo anno solitamente sollecita l’attuazione di nuovi progetti, cambiamenti. I cosiddetti buoni propositi. E se vi dicessi che anziché “affogare” all’interno di questo mare di spirito di iniziativa, sarebbe più opportuno distaccarsi da ciò che davvero desideriamo, imparando così a focalizzare l’attenzione sui passi necessari da fare per conquistare i nostri sogni e ritrovare, di conseguenza, la sicurezza in noi stessi e nelle nostre potenzialità. Uno dei fondamenti di qualsiasi percorso di crescita sia personale che professionale, consiste proprio nell’avere obiettivi precisi, concreti e misurabili, poiché questi ci permetteranno di sapere con esattezza quando e se avremo o meno raggiunto l’obiettivo, pur sapendo che ciò richiede determinati costi e sacrifici. A monte di tutto dovremmo chiederci innanzitutto: cosa voglio veramente? Voglio essere felice? Come cerco la mia felicità: la cerco fuori di me, quindi nel possesso di oggetti o nella sperimentazione di determinate situazioni, oppure la cerco dentro di me, come un’identità che prescinda dall’esterno? Solitamente, una ricerca esterna a noi stessi, alla lunga può rivelarsi fonte inesauribile di stress e insoddisfazione: poiché fintanto che non otteniamo quello che vogliamo, ci sentiremo frustrati perennemente e in ansia di ottenerlo. E più ansia e frustrazione ci tedieranno, più attrarremo altra ansia e ancor più frustrazione. Ecco perché sarebbe molto utile provare a vivere distaccati dal risultato di ogni situazione che sperimentiamo. Il fine ultimo di imparare a vivere con l’impegno per migliorare il nostro futuro, restando focalizzati sul qui e ora, muovendoci verso quello che desideriamo ma distaccati emotivamente dal risultato finale e dal perenne giudizio su di esso. La cosiddetta legge del distacco emotivo indica che sarebbe opportuno rinunciare al nostro attaccamento alle cose, che non significa rinunciare ai nostri obiettivi e tantomeno rinunciamo all’intenzione, piuttosto ci distacchiamo dall’interesse per il risultato e quindi ci distacchiamo dal nostro Giudice Interiore. In tal modo, adotteremo un atteggiamento più rilassato, facendo sì che ci risulterà più facile ottenere ciò che davvero vogliamo. Questo perché il distacco si basa sulla fiducia nelle nostre potenzialità, mentre l’attaccamento si basa nella paura della perdita e nell’insicurezza. È importante capire che “distacco” non significa non amare, bensì essere autonomi, liberi dalla paura della perdita per iniziare veramente a godere di ciò che abbiamo o della persona che amiamo. Ciò non equivale a non godere e provare piacere per l’esperienza ma, al contrario, cominciare a viverla più intensamente, perché le nostre esperienze non sono più offuscate dalla paura della perdita, del fallimento. Pensiamo seriamente al fatto che per raggiungere il nostro obiettivo, possiamo seguire diversi percorsi e cambiare direzione quando vogliamo, evitando così di forzare le soluzioni ai problemi e mantenendoci attenti alle più svariate opportunità ci si presentano intorno. Questo ci permetterà di crescere come persone. Parola di Counselor!