Counseling con Ciabattoni Letizia: la solitudine che si accentua durante le festività

Written by: dr.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 30 december 2018

 

La solitudine durante le festività, riconosciute a livello sociale, è il momento familiare per eccellenza. È molto spesso una solitudine attanagliante. Vedi per l’impossibilità di stare accanto ai propri cari, vedi perché ci vediamo costretti a ricordare le varie perdite per lutti o abbandoni di ogni sorta, il senso di solitudine si riversa su corpo e mente con effetti talvolta negativi. Tali conseguenze non sono da sottovalutare. Chi per scelta o per necessità ha pochi contatti sociali, chi non ha una vita di coppia in atto durante le festività, è maggiormente esposto al rischio di sviluppare sintomi depressivi, disturbi del sonno e in generale un umore che spazia tra l’irritato e il rancoroso. Uno studio condotto in America da John Capoccio, James Fowler e Nicholas Chorstakis ha messo in luce una sorta di contagio della solitudine. Le persone isolate in genere si trovano in una posizione periferica nella propria rete sociale, ma la sensazione di isolamento riesce a farsi strada nella cerchia degli amici. Il rischio di sentirsi soli se si ha un amico solitario va dal 40 al 60%. Sempre secondo tale ricerca. anche l’amico di un amico ha fino al 36% in più di risentire della solitudine. Le persone si appartano e diventano fataliste e destabilizzano l’intera rete sociale. Come sopra citato, il senso di solitudine durante le festività che intercorrono tra il Natale e l’Epifania non è infrequente. In questo periodo a cavallo tra la fine di un anno “vecchio” da buttarsi alle spalle e l’inizio di uno nuovo tutto da riprogettare, famiglia e legami relazionali, vengono idealizzati. In questa era, a causa del lavoro, dell’abbandono della città d’origine per un’altra, delle famiglia allargate o comunque per le separazioni, si vive sempre più diffusamente l’esperienza di festività natalizie solitarie. Con questo non voglio insinuare che le conseguenze di tale sensazione di solitudine siano più o meno gravi perché si avvertono durante le feste, si tratta comunque di un segnale importante che deve essere preso in considerazione non minimizzandolo. Tale tristezza, chiamata da alcuni esperti Holiday blues: di solito colpisce gli adulti dai trenta ai quaranta anni. Terminate le festività, quasi sempre, queste persone tornano gradualmente a sentirsi bene. Le situazioni che possono provocare tristezza, malumore, ansia e rendere questo periodo particolarmente negativo non sono necessariamente correlate all’essere fisicamente soli. Spesso, per dovere sociale, si “deve“ trascorrere il Natale o qualche altro giorno di questo periodo, con parenti con cui non ci si trova bene, con persone con le quali ci si sente a disagio, subendo così la situazione, al prezzo di una condizione di malessere. Durante queste feste si interrompono le attività, e c’è tempo per riposare di più, dedicarsi ad attività piacevoli, avere ritmi rilassati, stare di più con le persone care e con se stessi. Ma alcune persone si tuffano nel lavoro e nelle frenetiche attività quotidiane che, anche se stancanti, permettono loro di non pensare, di non essere a contatto con le proprie emozioni. Quando si interrompe l’impegnativa routine, possono emergere sensazioni di solitudine, di vuoto, di tristezza, di paura, che le corse quotidiane tengono soffocate dentro di sé. Altra causa di malessere in questo periodo è l’idea obsoleta e commerciale che bisogna essere felici a tutti i costi, per cui se percepiamo qualunque emozione negativa, ci sentiamo sbagliati, in una condizione di anormalità. Ecco qualche suggerimento per non farsi travolgere, allora, in un periodo che potrebbe, invece, essere neutro o positivo: innanzitutto affermare il valore della “pausa” dedicandosi alle proprie passioni, giorni nei quali recuperare il riposo e le energie, concedendosi di viverli con rilassatezza e con tempi rallentati. Fermarsi, senza nessun senso di colpa, anzi con la gioia di vivere una situazione in modo nuovo, pieno, appagante, approfittandone per comprendere meglio e valutare con calma situazioni dolorose, frustrazioni o l’insoddisfazione per traguardi non raggiunti, e compiere l’analisi giusta per cominciare a trovare soluzioni nuovi. Si può anche riflettere e comprendere meglio quali sono i propri sogni, e fare progetti per inseguirli e raggiungerli. Evitare di isolarsi. Voglio dire: è bene stare soli quando se ne sente il desiderio di farlo, ma è anche proficuo coltivare relazioni di qualità, evitando di stare con compagnie che ci annoiano, con persone che si lamentano. Amarsi di più. Prestare attenzione ai propri bisogni, alle proprie passioni, prendersi cura di sé è necessario per stare bene. Molte persone si preoccupano degli altri dimenticandosi di se stesse. In questo periodo, si può cominciare a prestare attenzione e ad amare la meravigliosa persona che siamo. Si può fare qualche regalo a se stessi, ci si può concedere il tempo di coltivare un hobby, una passione. Amarsi significa anche accettare la tristezza, l’infelicità, la depressione. Non è necessario essere felici a tutti i costi, come desidera la cinematografia happy end. Si può imparare a vivere la propria solitudine, per sentirsi vivi e in contatto con se stessi e con il mondo. La tristezza ha delle cause e come è venuta può andarsene, probabilmente, con la fine di questo periodo di feste. Qualora invece fosse persistente il senso di solitudine e vuoto a prescindere dal periodo particolare in questione, si può decidere di ricorrere all’aiuto di un Counselor che può individuare assieme a te le cause del malessere e aiutarti a ritrovare il sorriso. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: fare una pausa nella vita per riconoscere noi stessi e cosa desideriamo

Written by: dott.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 13 december 2018

 

Vi sono svariati momenti nella nostra vita in cui fare una pausa è necessario. Necessitiamo di fare chiarezza su quello che sta succedendo attorno e dentro di noi. Mettere il mondo in modalità “pausa” per riscoprirsi e comprendere cosa davvero desideriamo era uno dei segreti del geniale Leonardo Da Vinci. Le innumerevoli distrazioni che ci soverchiano ogni ora della giornata: la tele, i social network, gli innumerevoli impegni tutti molto importanti ma nessuno davvero prioritario, non ci permettono di ascoltare il suono dei nostri bisogni. Prendersi, concedersi, regalarsi il tempo per riflettere su noi stessi, facendoci meravigliare da tutto ciò che solitamente tralasciamo: ascoltare il nostro corpo, cullarci col nostro respiro, fantasticare sul futuro, godere delle meraviglie della natura: una foglia che cade, il volo di un passerotto, tutti fenomeni sui quali noi raramente ci concediamo il lusso e il tempo di riflettere. Impariamo a rallentare, eliminando un po’ per volta tutte quelle cose che ci distraggono e ci privano del tempo per osservare quello che succede accanto a noi, per valutare quello che stiamo vivendo. Mettiamoci in ascolto di noi stessi, in connessione con noi stessi. Meditare, perdersi letteralmente nel scarabocchiare ad occhi chiusi su di un foglio di carta, ascoltare della musica e lasciando liberamente andare i nostri pensieri. Sediamo in terra se ci sentiamo pervasi da un senso di perdita generalizzata, più in basso del pavimento non possiamo certamente cadere. Prendiamoci l’impegno di ripulire la nostra mente e il nostro corpo dalle innumerevoli chincaglierie che ci finiscono dentro quotidianamente. Concederci una pausa nei momenti difficili della vita, rivalutando cosa per noi è davvero essenziale una volta tolto il superfluo. Mettiamoci in pausa, mettiamo da parte ogni cosa per il benestare di noi stessi. Chiediamo una pausa quando ne sentiamo il bisogno, chiediamola agli amici, al partner, alla famiglia, rimettiamo insieme i pezzi sparpagliati del puzzle della nostra vita, senza per questo sentirci malevoli, perché solo in solitudine, possiamo riuscire a fare chiarezza sulla nostra vita. L’unica persona da ascoltare siamo noi stessi. Se rallentiamo e ci concediamo una pausa riusciremo anche a identificare tutte quelle cose che sono tossiche per noi e che vorremmo rimuovere dalla nostra vita, per lasciare spazio alle cose essenziali per noi e noi soltanto. Proviamo a metterci in pausa, inizialmente sarà difficile, eppure potremmo meravigliarci di quello che potremmo ri-trovare dentro noi stessi. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: quanto conta la prima impressione?

Written by: dott.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 05 december 2018

 

Da sempre ci hanno raccontato che la prima impressione è quella che conta, eppure molto spesso, la verità sulle persone viene fuori col tempo. Inutile negare che le sensazioni immediate, a pelle, che abbiamo quando incontriamo qualcuno per la prima volta siano importanti, non sono solitamente influenzate dai giudizi che inevitabilmente si potrebbero creare in seguito. Molto spesso ci affidiamo al nostro istinto per individuare quegli elementi che agiscono in modo inconscio, per avere una prima mappatura di chi abbiamo di fronte. Eppure, quei primissimi istanti non ci dicono “tutto”. Basarsi totalmente su questa prima impressione potrebbe equivalere ad un pregiudizio che da quel preciso istante in avanti ci impedirà di vedere e di acquisire altri elementi di conoscenza di una persona, senza escludere il fatto che essa potrebbe essere influenzata dallo stato d’animo provato in quel preciso momento e dalle nostre proiezioni esperienziali inconsce. Non di rado mi capita di sentire che la prima impressione si riveli totalmente opposta per come la persona davvero si mostra nel tempo. Ecco perché sarebbe opportuno imparare a non assolutizzare, ma neanche ignorare, la prima impressione, bensì sviluppare la capacità di integrare col passare del tempo le sensazioni e le informazioni che ci arrivano, senza identificare l’altro in un’immagine statica e del tutto parziale. Evitare di ricercare ad ogni costo, se il rapporto continua, la conferma di quello che abbiamo intuito la prima volta, le conferme (sia esse positive che negative) arriveranno spontaneamente. Lo stesso dicasi per la nostra personale paura del giudizio primo degli altri. Molto spesso la paura di fare una cattiva impressione agli altri è talmente alta, soprattutto se si è aperti a nuovi incontri, che rischiamo di non sentirci mai davvero adeguati e a nostro agio nei contesti cosiddetti sociali. Uno studio pubblicato su Psychological Science afferma che: mentre noi misuriamo le parole e i gesti di un primo incontro, con la speranza di non aver dato una scorretta immagine di noi stessi a chi ci incontra per la prima volta, chi ci sta dinnanzi non nota i nostri difetti, anzi più che spesso, ci sta giudicando in maniera positiva. È come se vi fosse una sorta di gap tra quello che pensiamo di noi stessi e come ci vedono effettivamente. Questo gap viene chiamato: “Linking Gap”, il quale ci fa apprezzare dagli altri molto più di quanto pensiamo. Nell'esperimento di cui sopra, le persone coinvolte hanno dato un voto alla loro interazione con i loro interlocutori. Questo voto era sempre più basso di quello che gli interlocutori, in base alla loro percezione, avevano dato in cambio. I ricercatori che hanno portato avanti l'esperimento hanno dichiarato di aver modificato diversi ambienti per verificare l'influenza sull'atteggiamento di chi si sentiva "giudicato" dopo un primo incontro. Ma il risultato non è stato modificato: sia che ci si trovi in ufficio con i colleghi, sia che ci si ritrovi in un contesto più rilassato, la paura di dare una impressione falsata è sempre in agguato, al punto da non notare i gesti e le parole di apprezzamento da parte di chi ci sta ascoltando. Se solo ci fidassimo maggiormente di noi stessi e delle nostre potenzialità e se limitassimo al minimo pregiudizi e stereotipi verso chi abbiamo dinnanzi, scopriremmo cose decisamente nuove di primo acchito. Per credere in noi dobbiamo prima conoscerci e accettarci con la conseguenza che apprezzeremo e accetteremo anche chi ci sta attorno in maniera meno rabbiosa. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: l'importanza della musica all'interno del percorso di crescita personale

Written by: Dott.ssa Letizia Ciabattoni 

Published: 29 november 2018 on Counseling Italia

 

I suoni fanno parte della nostra vita, sono preziosi. Per suoni intendo anche il "silenzio" della Natura di notte o quello di un paesaggio innevato. Molto spesso veniamo distratti, deviati, in maniera sgradevole, da tutti i cosiddetti rumori molesti: elettrodomestici, motori, traffico (inquinamento acustico). I suoni, le melodie si riescono invece ad annusare, ad assaggiare, essi riescono a metterci in connessione con le nostre emozioni, a rimetterci in equilibrio. Con le sue vibrazioni, una melodia, ci entra nel petto e nella pancia, ancor prima che nelle orecchie e resta lì per lunghi istanti. Imparare ad accoglierla sarebbe un prezioso regalo che potremmo fare a noi stessi. I suoni tondi e corposi della Natura, presenti quasi a volerci riportare nel grembo materno, a connettere ogni parte del nostro essere in maniera totalizzante e senza "l'inquinamento" delle maschere sociali, dei doveri, dei sensi di colpa. La musicalità dei suoni si rivela a noi alla medima maniera per come ri-scopriamo ogni parte del nostro essere attraverso un percorso di crescita personale, di Counseling. Non importa che ritmi e generi musicali ci ammaliano, non vi è giudizio alcuno nel percepire parte di noi nelle note e tantomeno vi è aspettativa da parte della musica nello sceglierci. Uno strumento davvero valido per lavorare con noi stessi e con i clienti sia in individuale che in sessioni di gruppo. Proviamo a riflettere sul ruolo, nella nostra vita che ha la musica. Se per noi la musica, i suoni, sono o meno una risorsa e se ci stimolano a livello emotivo. A quanti e quali suoni siamo particolarmenti legati? Domande sul quale soffermarci per conoscere nuove parti di noi o per rimettere in connessione le innumerevoli parti che abbiamo e che per svariati motivi si sono allontanate. Che uno possa essere musicista o semplice uditore, la musica ci accompagna sin dagli albori dell'umanità, ancor prima della parola essa era fondamentale per celebrare, per ritualizzare e accompaganre ogni sorta di interconnessione tra più individui. Fermiamoci ad ascoltare i suoni che ci circondano e perchè no, anche il battito del nostro cuore, il ritmo del nostro respiro. Potemmo riscoprire parti noi tra le righe di un pentagramma. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: il perdono nella coppia è un buon collante

Written by: dott.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 26 november 2018

 

Probabilmente è davvero impossibile vivere in una relazione all’interno della quale, prima o poi, non vi saranno mai degli scambi di opinione un po’ accesi. Momenti di tensione sono tipici di qualsiasi rapporto, figuriamoci di quello amoroso. Ma è altrettanto vero che tra i momenti più importanti all’interno di una relazione è il perdono. Riappacificarsi potrà far sì che il rapporto possa uscirne più forte. Ovviamente non sto parlando di un perdono a prescindere sulle cause che innescano la miccia del litigio. Ci sono però dei momenti in cui ogni cosa dica o faccia l’altro, diventa un pretesto per buttare benzina sul focolare dei contrasti in coppia: dal dimenticare di gettare la spazzatura al non aprire la finestra in camera da letto per farla arieggiare. Sono inezie che possono essere superate facilmente nelle coppie che hanno alla base, un forte dialogo. Eppure, se ci rendiamo sempre più spesso conto di litigare per delle comuni banalità, potrebbe trattarsi di un campanello d’allarme di un disagio latente. I motivi seri di litigio all’interno di una coppia, infatti, sono ben altri. Quasi sempre legati alle progettualità future, alla condizione economica, ai figli, ai rapporti con i familiari dell’una e dell’altra parte, fino ad arrivare alla causa principe dei litigi amorosi: il tradimento. Il perdono in qualsiasi caso di perdono vogliamo parlare, deve essere sincero, sentito da entrambe le parti e non una soluzione di “comodo”. In caso contrario, con il passare del tempo, si rischia di finire a litigare di nuovo per gli strascichi delle ultime situazioni non chiarite. Il perdono non può essere preteso, tantomeno concesso a cuor leggero. Ma come fare? Fondamentale è che vi sia un’armonia di base nella coppia che vada a prescindere dai vari batti becchi, inoltre, cosa non di poco conto, ci deve essere una presa di coscienza della coppia e anche dei singoli partner. Utile, nei limiti del possibile, è fare un passo indietro, venirsi incontro, senza per questo dover rinunciare alla propria libertà, bensì valutando il benessere del rapporto. Altra cosa fondamentale è il dialogo più possibile pacato di quanto successo, magari dopo una sfuriata, è segno di maturità. Quale invece possa essere la cosiddetta pipa della pace è davvero una scelta soggettiva che varia da coppia a coppia. Decisamente trovare un’attività rilassante e divertente che possa far stemperare le tensioni e strappare sorrisi è un’ottima strategia. Mole coppie ammettono di usare il sesso per appianare le divergenze col partner. Ovviamente ci sono altri modi, forse meno “passionali”, ma altrettanto efficaci: lasciare un post it romantico, preparare una cena a lume di candele, scegliere insieme un film da guardare accoccolati sul divano, prenotare un weekend fuori dalle mura domestiche e chi più ne ha più ne metta. Perché fare la pace dopo aver litigato è alla base del perdono e si può imparare davvero a far pace con una corretta comunicazione di coppia e con una buona esplorazione consapevole. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: siamo tutti eroi ed eroine

Written by: dott.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 22 november 2018 on Counseling Italia

 

Alcune tappe, esperienze della nostra vita, potrebbero risultare, di primo acchito, delle mere crudeltà, delle ingiustizie messe davanti al nostro percorso di crescita, spesso già travagliato, per colpirci duramente come una spada di Damocle. Eppure, non di rado, alcuni cosiddetti incidenti di percorso potrebbero essere il giro di boa che tanto attendevamo. Quando ci ritroviamo a dover ucire dalla nostra zona di comfort è come se affrontassimo un nuovo viaggio esplorativo inter e intra-personale. Starà a noi coglierne l'essenza, spesso anche grazie ad un supporto professionale di un Counselor. Il tanto atteso "viaggio dell'eroe o dell'eroina" (la filmografia ne è davvero pregna: Star Trek, Harry Potter, Buffy l'Ammazzavampiri, tano per citarne alcuni) sarà l'occasione giusta per uscire dalle nostre routine, dall'abitudinario e conosciuto (dall'utero materno in senso figurato) , per varcare la soglia verso l'ignoto o il nuovo, tutto quello non abbiamo mai osato. Un viaggio di certo pieno di rischin e pericoli, dove molto spesso "toccare il fondo" equivale ad una mera rinascita anche grazie all'aiuto di una buona rete sociale, di un percorso di Counseling (ad esempio) al punto da rimettere in discussione parti di noi stessi, esplorando il nostro lato più profondo per prenderne consapevolezza ed imparare a trarne vantaggio. Imparando ad accetare i nostri errori, potemmo riconoscre l'importanza e il valore di noi stessi in una sorta di redenzione che potrà farci maturare e riscoprire un equilibrio interiore tutto nuovo, tanto da poter ritornare, se desiderosi, al punto di partenza, con maggiore consapevolezza e risorse nuove per proseguire il nostro cammino. Parola di Counselor! 


Counseling con Ciabattoni Letizia: impariamo a comunicare con i nostri partner per migliorare la relazione

Written by: dott.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 24 november 2018

 

Come in ogni relazione tra due o più persone, la comunicazione, che essa sia verbale o non verbale, è alla base. Anche nella coppia è fondamentale saper comunicare in maniera efficace al fine di rendere la relazione più appagante. A volte, si tratta di trovare le parole giuste per comunicare i sentimenti che proviamo l’un per l’altra. Altre volte invece, è auspicabile trovare le parole giuste per dire quello che dal nostro punto di vista non va e magari andrebbe migliorato con l'impegno da parte di entrambi. Una scorretta comunicazione rischia, alla lunga, di mandare in frantumi una relazione anche se tra le più consolidate. Parlare con lui o lei certe volte diventa un’impresa, come quando, ad esempio, ci risponde a mono sillabi, chiudendo in poche battute un discorso che noi magari sentivamo la necessità di approfondire. Rimaniamo senza parole perché il/la partner ci dà ragione, chiudendosi però poi a riccio nel suo silenzio, non lasciandoci grandi margini di comunicazione verbale. Ci siamo mai chiesti se la nostra dolce metà ha semplicemente dei tempi diversi dai nostri nel dire e affrontare le cose? Se così fosse, andrebbe compreso e rispettato. Purtroppo capita non di rado che il risultato rischia di essere sempre lo stesso: fraintendimenti che ci mandano in confusione e che ci rendono frustrati e rabbiosi. E se imparassimo a riflettere su cosa non abbia funzionato anche dal nostro modo di comunicare? Prima di tirare delle conclusioni, fermiamoci a pensare che la comunicazione è sempre bidirezionale e quindi se qualcosa non va, la responsabilità è di entrambi gli interlocutori. Partiamo dal presupposto che mettere in discussione l'amore che c’è nella coppia, esclusivamente perché la capacità di comunicare di uno e di entrambi i partner non è affinata, è un errore da evitare poiché la capacità comunicativa prescinde dai sentimenti. Imparare a dire in maniera educata il proprio punto di vista, i propri dispiaceri e i propri bisogni senza avere perennemente il timore di deludere l'altro o l’altra, partendo dal presupposto che parlarne aiuta a conoscersi meglio senza fraintendimenti e false aspettative. Nel momento in cui la comunicazione non funziona o addirittura viene meno, a lungo andare, potrebbe risultare deleterio per la relazione. Una cattiva comunicazione, difatti, è tra le prime cause di distanza e rischio di separazione, perché se non ci si capisce più, ci si allontana alzando muri che nel tempo possono divenire mere barriere insormontabili, col fine ultimo di sentirsi soli, non capiti, tristi e abbandonati, delusi. Impariamo quindi a modulare il tono della nostra voce parlando in modo pacato, senza necessità di gridare e nella consapevolezza di ciò che vorremmo far intendere all’altro. Impariamo ad ascoltare le nostre emozioni ma anche a domandare all’altro come si sente, cosa prova senza aggredire o giudicare, ricordiamo che le emozioni, con tutto ciò che ne consegue sono una faccenda soggettiva. Ricordiamoci che le persone non cambiano per nostro volere, inutile pretendere cose che l’altro non è intenzionato a darci o addirittura non è in grado di donare. Accettando i nostri difetti impareremo ad accettare anche i limiti del nostro amato/amata. Spesso abbiamo la brutta abitudine di intavolare dei meri monologhi nel cuore della notte, probabilmente non è il miglio momento per ottenere l’attenzione da parte dell’altra persona. Rispettiamo i tempi di entrambi, trovando tempi e circostanze confortevoli per disquisire di ciò che davvero ci sta a cuore. Togliamoci dalla testa il fatto che ogni cosa è una mera questione di principio, accettiamo dei sani compromessi per riscoprire una armonia nuova nella quale muoverci. Ricordiamo che abbiamo scelto di stare in una relazione a due e non di vivere come dei monarchi con dei sudditi a seguito. Ultimo ma non meno importante, ricordiamoci di comunicare all’altro le nostre emozioni, i nostri stati d’animo anche con la gestualità: un abbraccio, un sorriso, una carezza possono dire molto più di mille parole. Quando sentiamo che la distanza o l'incomprensione aumentano, provare ad avvicinarsi fisicamente all’altro potrebbe essere un’ottima soluzione perché molto spesso, il risentimento nasce anche dal bisogno di un po' di tenerezza. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: come evitare di farsi condizionare dai consigli degli altri

Written by: dott.ssa Letizia Ciabattoni

Published: 17 november 2018

 

A forza di ascoltare i consigli degli amici, dei parenti o dei colleghi si rischia di perdere di vista quella che è la propria opinione, al punto tale di farsi influenzare o persino manipolare. Trascorrere molto tempo a contatto con qualcuno fa si che assorbiamo in parte il suo modo di pensare, senza nemmeno rendercene conto, sia per abitudine che per coinvolgimento emotivo. Che ci piaccia o meno, le persone che ci circondano, determinano in gran parte anche le nostre azioni, le nostre scelte, i nostri pensieri. Crediamo di essere liberi, che le decisioni che prendiamo siano davvero nostre. Eppure, se guardiamo il nostro mondo interiore, scopriamo che ci sono tante cose di noi che non ci vanno bene. Pensiamo, non di rado, che le nostre autocritiche, le nostre autocensure derivino sempre e soltanto da noi stessi, mentre molto spesso sono il frutto del giudizio degli altri, dei condizionamenti esterni che si sono, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, cristallizzati dentro di noi come piccoli parassiti di cui ci vorremmo, più o meno consapevolmente liberarci. Una buona domanda che potremmo porci è se siamo come slamo, proviamo ciò che proviamo perché siamo proprio così o perché in realtà abbiamo assorbito critiche, giudizi, condizionamenti altrui? Molte volte le ansie, molti disagi, molte rabbie arrivano per ricordarci chi davvero siamo, quali sono le nostre aspirazioni, per farci uscire dal deserto del condizionamento dove ci sentiamo imprigionati giorno dopo giorno. Consapevolizzando il fatto che l’influenza degli altri è praticamente inevitabile potremmo imparare a non accettare consigli da chi, ad esempio, nella vita ottiene risultati peggiori dei nostri. Tutelare noi stessi, la nostra indipendenza, non è snobismo, semplicemente trattasi di amor proprio e conoscenza profonda di noi e del nostro mondo interiore. Infine, cerchiamo, nel limite del possibile di frequentare persone che riteniamo alla nostra altezza o con una posizione migliore della nostra, insomma persone che ammiriamo, senza dimenticare mai di lavorare su noi stessi, aumentando la consapevolezza per conoscerci più a fondo, scoprendo quelli che sono i nostri veri valori, i nostri obiettivi, per evitare di farci influenzare negativamente e sentirci trascinare alla deriva da ciò che gli altri credono sia meglio o meno per noi, poiché la cosa più importante è il fatto che nessuno può davvero essere il miglior direttore della propria orchestra. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: Il vuoto che senti non si riempirà in un "all you can eat"

Written by : Dottoressa Letizia Ciabattoni

Published: 15 november 2018 on Counseling Italia

 

Ristagniamo in un periodo storico e sociale nel quale la sensazione di vuoto, di solitudine, si ripercuote sempre più nelle nostre azioni, nella continua necessità di riempire gli spazi, nel vivere in maniera "bulimica" le nostre relazioni. Siamo nell'era del "all you can eat", dove poter consumare molto, senza giudizio altrui e potendo cambiare prima di adesso la pietanza che potrebbe appagarci. Ci dedichiamo a delle mere abbuffate sociali per paura di restare soli con noi stessi, soli con un vuoto che non siamo stati educati a maneggiare. Eppure dopo ogni abbuffata ci ritroviamo affamati e mai davvero appagati. Imparare a riconoscere i nostri silenzi, gli spazi vuoti che fanno parte di noi, della nostra sfera emotiva è davvero un processo impegnativo eppure doveroso al fine di apprezzare il sostare in solitudine con noi stessi, senza dover sentire la costante necessità di essere cisterne da riempire o dalle quali attingere incessantemente. La crescita personale è sempre più una delle strade maestre nella quale rimetterci in discussione e imparare a nutrirci in maniera genuina, senza passare da abbuffate estreme sino a digiuni svilenti. #ParoladiCounselor 


Counseling con Ciabattoni Letizia: amore non è riempire vuoti o creare dipendenza

Written by: Letizia Ciabattoni

Published: 08 november 2018

 

Quando pensiamo che l’amore sia una condizione nella quale avere la pretesa o l’obbligo di alleviare la solitudine dell’atro o colmare i vuoti e i problemi presenti in noi stessi o nel partner, forse stiamo sbagliando percorso. Una cosa che adoriamo sentirci dire nelle nostre relazioni è: “ho bisogno di te”, “senza di te morirei”. Asserzioni del genere, a parte avere valenza romantica tipica dell’ottocento, non dovrebbero gratificarci poi così tanto, anzi dovrebbero farci riflettere sul cosa stiamo vivendo e cosa siamo per l’altro. Condividere una storia d’amore dovrebbe equivalere ad una consapevole e sana offerta di noi all’altro senza il timore della solitudine o dell’inadeguata sensazione sociale del definirsi single. Gli esseri umani non sono dei recipienti da riempire e tantomeno delle cisterne dalle quali attingere. Se proviamo la necessità di trovare un partner per non sentirci soli, in realtà commettiamo un atto di autentico egoismo, oltre al fatto che dietro a tale necessità potrebbe celarsi il riflesso di alcune capacità non sviluppate, di un’immaturità che va a intaccare il proprio equilibrio personale, la propria autostima e la sicurezza personale. Sperimentare la solitudine dovrebbe divenire un valore aggiunto per la conoscenza e la crescita di ognuno di noi, uno spazio all’interno del quale scoprirci, ad essere noi stessi senza dover obbligare gli altri ad occuparsi delle nostre insicurezze. Temendo la solitudine, non apprezziamo noi stessi. Il proprio amato o la propria partner dovrebbero poterci scegliere giornalmente senza avere bisogno di noi per paura di affrontare la vita, senza l’esigenza di controllare in maniera dominante da una o da entrambe le parti. Aver bisogno della persona amata dovrebbe simboleggiare il desiderio di costruire un progetto di vita comune, il piacere nel far parte l’uno della vita dell’altro. Nella coppia non dovremmo mai dimenticare anche il rispetto della libertà individuale di ognuno. L’amore fusionale non è affatto un amore maturo e propositivo, al contrario, tenderà alla lunga a far sentire soffocare una o entrambe le parti, con la perdita delle proprie passioni, amicizie, abitudini. Impariamo a sostituire il concetto di “ho bisogno di te” con quello di “ti scelgo”, cambiando semplicemente le parole in una realtà molto più integra e sana. Scegliere una persona significa che una persona matura, felice con se stessa e che non teme la solitudine ne sceglie un’altra come compagno di vita, per crescere insieme senza sottomissioni, senza aver bisogno che qualcuno guarisca le ferite di qualcun’altro. Inevitabilmente ognuno di noi, porta all’interno di una relazione un bagaglio esperienziale precedentemente acquisito, con i relativi fallimenti e successi. Eppure la migliore delle strategie sarebbe quella di iniziare nuovi progetti di coppia mettendo da parte il nostro passato, le paure e i vuoti che altri hanno potuto causarci. L’amore andrebbe consolidato quando davvero smetteremo di avere paura dello stare soli con noi stessi, solo allora saremo davvero in grado di ricevere e di offrire il meglio di noi e dagli altri. Consapevolezza in noi stessi è la chiave del successo. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: accorgimenti da adottare dopo la fine di una relazione

Written by: Letizia Ciabattoni

Published: 02 november 2018

 

Nella vita non di rado le relazioni amorose finiscono; più o meno bruscamente, con maggiore o minore accettazione di uno dei due partner, un po’ in maniera “subita” o dettata. Sappiamo che è comunque un passaggio doloroso. Richiede la messa in discussione di affetti, amicizie, spazi e progetti condivisi. Accettiamo il fatto che per affrontare e superare la fine di una storia d'amore, a maggior ragione quando si è ancora coinvolti, ci vuole tempo e impegno, facendo i conti non solo col dolore ma anche con il senso di impotenza e di frustrazione e forse spesso anche con quello di fallimento. Il rifiuto va interiorizzato, digerito senza per questo mettere in discussione il proprio valore e la propria autostima come persona, facendo in modo che il dolore che si prova non risucchi le speranze per il futuro. Il dolore post relazione ci mette letteralmente nocout sia a livello psicologico che fisico, provocando eventuali disturbi del sonno, ansia e forte stress. La cosa migliore da fare è che non ci si chiuda a riccio, ma cercare conforto, parlandone anche solo per essere ascoltati e compresi. - Iniziamo col ricordare l’importanza del pianto liberatorio che ci permette di sfogare le emozioni, aiutando ad alleviare il dolore interiore. Sentirsi in imbarazzo di fronte ad un dirompente pianto liberatorio non ci servirà a nascondere ciò che davvero stiamo provando dentro noi stessi. Evitiamo di cercare delle scorciatoie indossando delle maschere pre confezionate, affrontare ciò che proviamo è la maniera più appropriata non solo per uscirne ma anche per regalarci una preziosa occasione di usare questa esperienza per trasformare in meglio la nostra vita. - Fare movimento, senza eccedere nella costante tentazione più grande di sprofondare sul divano, andando a correre o iscrivendosi a un corso in palestra, facendo una semplice passeggiata nei posti che preferiamo, scaricando stress e mandando in circolo la serotonina, l’ormone del buon umore. Questo non vuol dire non concedersi dei momenti di sana solitudine riflessiva, tantomeno equivale ad eccedere in sorte di “ubriacature” sociali nel quale uscire costantemente e perennemente, pur di non pensarci e rimandare il problema a un domani immaginario. - Disconnettiamo ogni sorta di contatto social che ci rimanda al nostro ex partner: vedere le foto della sua nuova vita , di quanto si diverte o meno senza noi, o delle maldicenze che scrive sul nostro conto, non sono affatto utili e tantomeno terapeutiche. Disconnettiamoci mentalmente dall’ex, anche se non è facile smettere di pensarci, di chiedersi costantemente “perché?” sia o meno finita, di chi sia stata o meno la colpa. Spostiamo il focus dei nostri pensieri e del nostro amore dall’ex partner a noi stessi. Dedichiamo a noi stessi finalmente tutte le attenzioni che meritiamo. - La fine di una storia non è sinonimo di fallimento personale. Potrebbe col tempo rivelarsi una sana opportunità di riscoperta di noi stessi, su che tipo di persona davvero desidereremmo accanto, sul tipo di relazione che desidereremmo costruire assieme al prossimo partner. Cogliamo questa fase di passaggio come una opportunità per guardare fino in fondo a noi stessi, per crescere emotivamente. - Basta pensare al passato, a come sarebbe stata se…non ci porterà lontani di un passo dallo stato d’animo di malessere attuale, apprezzare il presente, godendo di ogni alba e ogni tramonto anche in compagnia di noi stessi potrà invece farci riscoprire il gusto dell’attimo singolo che ci appartiene. - Inevitabilmente questo equivale al cambiare determinate abitudini di coppia. Facciamo un cambio di rotta e liberiamoci del ciarpame che ci tiene incatenati al passato, proviamo nuove esperienze, ascoltiamo della nuova musica, andiamo in quel ristorante nel quale non siamo mai riusciti a cenare perché all’ex non piaceva la birra della casa o perché la cameriera faceva l’oca. Più ci allontaneremo dalle consuetudini, più prenderemo le distanze dalla ex relazione. Questo non significa stravolgere tutto, bastano soltanto pochi piccoli accorgimenti per rimetterci sulla strada della felicità. - Sfogare la rabbia e la delusione, fare una bella corsa liberatoria, un urlo distensivo, parlarne con parenti, amici e anche con un professionista eventualmente. Non trattenere, per poi continuare a camminare lungo la nostra vita a testa alta. - Infine, ricordiamoci che passerà e incontreremo, se lo vorremo, un nuovo amore. Sul momento ci sembrerà strano, ma molto presto ci sentiremo meglio e pronti a incontrare qualcuno, che ci farà di nuovo battere il cuore. Prendiamo questo momento come una fase della nostra vita, da cui poter trarre tanti insegnamenti meravigliosi, per rispettarci, per avere stima di noi stessi e per amarci ancora più di prima. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: impariamo ad amarci davvero

Written by Letizia Ciabattoni Published: 27 October 2018 

 

Amare noi stessi consiste anche nell'aggiustare le ferite emotive derivate dai nostri conflitti interiori. Da adulti tendiamo spesso a coprirci e a proteggerci da tali ferite attraverso una maschera gradevole agli altri ma non troppo amata da noi. Dal tanto indossarla, corriamo il rischio di dimenticarci chi eravamo prima di metterla. Dal momento in cui ci sentiamo sicuri di noi stessi, proiettando un’immagine di fiducia e serenità, sono gli altri che desiderano stare dalla nostra parte. Al contrario, quando cerchiamo disperatamente l'approvazione altrui, ci trasformiamo in persone senza carattere, che non sanno quello che vogliono, privi d'amore per noi stessi, la cui felicità dipende dagli altri. Ecco allora che è importante prestare attenzione ai piccoli segnali che indicano che non ci amiamo abbastanza, che non ci accettiamo così come siamo, forse perché ci sentiamo inadeguati o pensiamo di non essere abbastanza. Gli altri ci accettano se prima siamo noi stessi ad accettarci, affinché gli altri ci amino dobbiamo amarci per primi. Il lavoro comincia da noi stessi. Innanzitutto impariamo a bastarci, ad amarci in maniera autonoma e indipendente, sentendoci liberi di mostrarci come siamo davvero senza cercare di essere qualcuno che non siamo, solo per piacere agli altri e ottenere la loro approvazione. Imparare a non conformarci sempre alle opinioni degli altri, anche quando non siamo d’accordo con loro. Piantiamola di pensare che le nostre idee non sono abbastanza interessanti da essere prese in considerazione. Impariamo a godere del tempo trascorso con noi stessi, in solitudine, coccolando i nostri bisogni e premiandoci per i successi ottenuti, per i traguardi superati senza sminuire ogni nostra vittoria. Criticare noi stessi è buono, ci permette di scoprire i nostri errori e crescere. Tuttavia, essere eccessivamente bacchettoni nel giudicarci, fino al punto di denigrarci, indica semplicemente che non ci amiamo e ci puniamo per essere ciò che siamo. Curiamo il nostro corpo, il nostro aspetto, motiviamo noi stessi iniziando col fidarci di noi, delle nostre competenze e della nostra esperienza pregressa. Infine, cerchiamo dialogo e confronto con l'esterno. Le persone che non si amano abbastanza di solito faticano ad aprirsi agli altri, a confluire nelle relazioni. Dato che pensano di non meritare amore, si chiudono nel loro guscio così che nessuno possa scoprire questa mancanza di autostima. Ne vale davvero la pena? Se desideriamo maturare nella vita, per prima cosa iniziamo ad amarci di più di quanto pensiamo di amarci ora. Accettiamoci così come siamo, indipendentemente da quanti soldi abbiamo, dalla posizione lavorativa, dalla casa, dalla macchina, dal nostro peso, dalla nostra altezza, accettiamo noi stessi cosi come siamo davvero, impariamo a sentirci e vederci meravigliosamente unici e perfetti. Alla base di molti problema c’è mancanza d'amore per noi stessi. La nota positiva sta nel fatto che non è mia troppo tardi per iniziare un nuovo percorso di vita che ci permetta di sentirci più sereni e in equilibrio con noi stessi. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: impariamo a gestire il nostro tempo

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Written by Letizia Ciabattoni Published: 20 October 2018 facebook

 

Una canzone recita: “ci vuole calma e sangue freddo”, niente di più vero, soprattutto quando iniziamo con la lista dei buoni propositi di inizio anno, di inizio estate, di settembre o del prossimo lunedì. Iniziamo col ridimensionare un po' le nostre stesse aspettative, allentando così il sentore di venir schiacciati dal fare e non riuscirvi. Di progetti pianificabili ve ne sono davvero una vastità: c’è chi intraprende un percorso di studi all'università, magari una nuova vita in un'altra città, c'è chi decide di fare le pulizie stagionali approfondite e magari spostare il mobilio per rinnovare il tutto, c'è chi si programma già le vacanze per Natale e Capodanno, chi ha preso coscienza del fatto che sarebbe meglio fare un salto in palestra, dopo l'ennesima abbuffata sociale. Qualunque sia il progetto da voler raggiungere, per riuscire a fare tutto al meglio, dobbiamo assolutamente imparare a gestire il nostro tempo, facendo in modo che non venga frammentato in mille pezzi che toglierebbero energie e motivazione al tutto. Iniziamo col prendiamoci il tempo necessario che ci serve a stare bene con noi stessi e con gli altri. Secondo passo fondamentale sta nel fare una lista delle azioni che ci permetteranno di cambiare: facciamo ordine con carta e penna alla mano e creiamo una lista di quello che dovremo fare, quello che vorremo fare e quello che potremo fare, anche giorno per giorno, senza fare programmazioni troppo a lungo termine. Dopo di ché, cerchiamo di essere onesti con noi stessi, provando a capire quali sono gli eventuali ostacoli che attualmente ci impediscono di realizzare tutto e ricordiamoci di concederci delle pause tra un obiettivo e l’altro. Canalizzare i mille interessi è doveroso poiché la curiosità è meravigliosa ma va gestita per evitare un eccessivo dispendio energetico nel senso letterale del termine. Creiamoci una lista di priorità dalla quale aggiungere, solo in un secondo momento, i nostri interessi cosiddetti paralleli. Questo potrebbe essere un’ottima strategia per andare veloci e spediti verso una direzione che si tratti di lavoro, della voglia di una relazione solida, o del viaggio perfetto, tutto, senza dover per forza rinunciare a nulla, semplicemente ridimensionandone l'importanza in base alle nostre esigenze del tutto mutevoli e duttili lungo il corso del ciclo della vita. Abbiamo, prima di tutto, bisogno di tempo per capire dove vogliamo andare e di cosa abbiamo davvero bisogno per stare bene. Non dimenticandoci mai che la priorità assoluta siamo noi stessi e il nostro equilibrio personale. È tutto un circolo virtuoso che una volta innescato porterà ottimi risultati. #ParoladiCounselor !


Counseling con Ciabattoni Letizia: lavorare su noi stessi per il nostro benestare

Written by Letizia Ciabattoni Published: 06 October 2018 Letizia Ciabattoni CCCL

 

Ad un certo punto della propria vita, o anche in più punti della stessa, potremmo sentire come la necessità di fare una specie di reset, un giro di boa decisivo e che ci rimetta in una carreggiata nuova al fine di crescere e sentirci meglio . Spesso lo facciamo coi buoni propositi del Capodanno, con una modifica nello stile di vita, nelle care vecchie abitudini, apportando dei piccoli cambiamenti alle routine ormai sedimentatesi da anni. Quante volte guardandoci allo specchio abbiamo pensato di non essere del tutto soddisfatti dei risultati ottenuti nelle nostre vite, pensando, sperando, sognando di cambiare per maturare. Capita, specie in questa società che va troppo veloce e ci impone scelte a cui non siamo sempre preparati. Ovviamente questo non vuole assolutamente dire che tutto quello che sino ad oggi abbiamo fatto, il nostro vissuto, sia o sia stato tutto da buttare alle ortiche. Semplicemente è arrivato il momento di mutare seguendo le proprie necessità, le proprie aspirazioni. Alla base di ciò vi è un lavoro importante da fare su noi stessi, sulla percezione che ciascuno di noi ha di sé. Non si può cambiare vita come si può fare semplicemente cambiando borse e scarpe. Il cambiamento avviene a tutto tondo, altrimenti si tratterebbe esclusivamente solo di un cambiamento di facciata, un po’ come dare una mano di vernice a una casa diroccata senza averla ristrutturata. La crescita personale, in ogni ambito, non è un valore da perseguire; bensì trattasi di un valore da sviluppare. Ma per cambiare serve consapevolezza e anche un pizzico di coraggio. Inoltre, inutile negarlo, per mutare la nostra vita bisogna accettare di buon grado il rischio di perdere alcuni nostri punti fermi, che molto spesso, sono proprio quella routine che tanto ci ha portato a desiderare il cambiamento. Imparare a lavorare su noi stessi con maggiore impegno di quanto non si faccia per qualunque altra attività nella vita è la base per realizzarsi ed essere felici. La lieta novella è che la crescita personale non ha una data di scadenza, dura per tutta la propria esistenza, chissà, forse anche oltre. “Cerca di diventare non un uomo di successo, quanto piuttosto un uomo di valore”, asseriva decenni fa il fisico Albert Einstein. Ciò che diventiamo, come lo diventiamo è di gran lunga più prezioso di ciò che otteniamo. Sono due concetti correlati tra loro: ottenere e divenire, eppure è quel “diveniamo” che potrebbe a lungo termine incidere su ciò che otterremo, a partire dal nostro equilibrio personale e dalla piena consapevolezza del nostro Essere. Quasi certamente, se non cambiamo il nostro modo di essere, continueremo ad avere sempre e solo ciò che abbiamo e la sensazione, probabilmente, di non evolvere, come di rimanere “incastonati” in una realtà che proprio del tutto non ci appaga e ci sta anche un po’ stretta. Decisamente non è sufficiente avere, l’importanza sta nell’imparare ad essere. Tutto questo lavorio sulla propria persona non dovrebbe essere posticipato a una data “Y” per mancanza di tempo. Questo è un approccio alquanto errato che conduce inevitabilmente alla mancata realizzazione di se stessi. Del tempo in più non esiste, a meno che non siamo noi stessi a ritagliarcelo, dando al tempo speso per noi, un valore unico e irrinunciabile se davvero sentiamo la necessità di intraprendere un processo di crescita personale. Inutile aspettare che le cose cambino primo o poi per inerzia,in fin dei conti, il mondo là fuori, è in continuo movimento, quasi privo di ogni previsione possibile, esso va avanti per la sua strada e noi potremmo imparare ad andare per la nostra, senza ottemperare in una continua maniacale necessità di controllo di ciò che non riguarda espressamente noi stessi. Non sono le cose o le persone a noi esterne che possono rendere davvero significativa la nostra esistenza. Soltanto noi possiamo cambiarla per come desidereremmo, lavorando verso una maggiore conoscenza interiore. Parola di Counselor! 


Counseling con Ciabattoni Letizia: quando il “fantasma” degli ex torna alla ribalta

Written by Letizia Ciabattoni Published: 13 October 2018 Letizia Ciabattoni CCCL

 

Prima o poi ci ritroviamo con degli ex partner che abbiamo mollato o ci hanno abbandonati e può capitare che ad ognuno di noi venga il desiderio, nonostante tutto, di tornare con loro. Ma quanto questo è, un desiderio dettato dalla solitudine del momento, dalla malinconoia, per paura di perdere le amicizie comuni, per paura di abbandonare la propria vecchia routinaria vita o anche per una sfida personale più o meno “sana”? Se tra noi e “loro” è finita, probabilmente, ci saranno state delle valide motivazioni alle quali sarebbe opportuno ripensare: non andavamo più d’accordo, alcuni suoi atteggiamenti ci facevano stare male, molte incongruenze hanno causato la rottura. Ci sono cose, modi di fare e di pensare che difficilmente cambierebbero tornando insieme, ragione in più dunque per pensarci seriamente prima di riprovare a incollare i cocci rotti. Per tornare con un ex ed essere felici davvero, sia noi che lui o lei, dovremmo essere disposti a mettere da parte rancori e vecchie ferite, cosa certamente non semplice. Come accennavo poche righe sopra, a farci venire voglia di tornare con un ex, potrebbe essere davvero solo un po’ di nostalgia, mera schiavitù dei bei ricordi passati, di quello che eravamo e che ora non siamo più, di quello che abbiamo fatto insieme e che magari lui o lei ora fa con qualche altra persona. Inutile sospirare e trascorrere intere giornate dinnanzi agli stati dei vari social dei nostri ex o a controllare, da bravi agenti della CIA se sono o meno online con tutti tranne che con noi. Senza dimenticare che tornare con il proprio ex non avrà nulla di nuovo, di emozionante come agli esordi. Ricordare anche le motivazioni per le quali ci siamo divisi: tradimenti, violenza, bugie, delusioni continue, può essere d’aiuto nei momenti di smarrimento emotivo. Una storia che finisce è molto spesso un’opportunità e non una disgrazia. Capita, non sarà l’ultima nostra storia d’amore, dunque, non chiudiamoci in noi stessi pensando che trattavasi della sola opportunità per non rimanere soli per l’eternità e oltre. Piuttosto, con i dovuti tempi, apriamoci a nuove conoscenze, godendo anche della nostra parentesi da single. Se invece sono “loro” a cercarci per tornare insieme a noi, cerchiamo di capire perché lo desiderano tanto. Forse anche loro proprio come noi ci cercano solo ed esclusivamente perché non sanno stare da soli, o perché hanno avuto attacchi improvvisi di gelosia e possesso nel vederci sorridenti assieme a nuove persone. Senza escludere il fatto che se siamo degli habitué del "tira e molla" che ci porta continuamente a lasciarci e poi a riprenderci, probabilmente, la decisione più corretta sarebbe quella di metterci davvero un bel fine e ripartire con una nuova prospettiva di vita sia a livello individuale che di eventuale relazione futura. Concentriamoci su noi stessi, dedichiamoci agli hobby che amiamo, agli amici che ci fanno star bene, e smettiamola di andare a curiosare nella vita dei nostri ex sui social, magari scoprendo cose che avremmo preferito non sapere, anche perché tra le cose che ci fanno stare più male è quella di vedere il proprio o la propria ex con un'altra persona, a prescindere da chi abbia deciso di dare un taglio alla storia e a prescindere dalle motivazioni di ognuno. Impariamo a stare bene con noi stessi prima di stare con gli altri, a contare sulle nostre risorse e valutare il fatto che essere single, in fondo in fondo, non è così male, potrebbe essere un’occasione per conoscerci meglio, per chiarirci le idee su cosa vogliamo da una relazione e a cosa non siamo invece affatto disposti a rinunciare. Proviamo a svagarci e a dedicare maggior tempo e spazio a noi stessi, senza perdere troppe energie preziose nel rimuginare su ciò che probabilmente è acqua passata. Parliamone con gli amici o con chi crediamo possa esserci di supporto in un momento di transizione come quello post relazione. Parola di Counselor! 


Counseling con Ciabattoni Letizia: capire perchè non ci valorizziamo abbastanza

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 14 September 2018

 

Non dare giusto credito a noi stessi non è sinonimo di umiltà, tutt’altro, forse non ci rendiamo conto fino in fondo di quali terribile cause e conseguenze si celano dietro a tale meccanismo di sottovalutazione personale. Inoltre, le conseguenze non ricadranno solo sulla nostra persona ma anche su tutti coloro i quali ci circondano, a partire dai partner, ai figli, agli amici sino ad arrivare ai colleghi di lavoro. Alla base di tutto ciò vi è spesso una educazione tendenzialmente focalizzata sul non elogiarsi troppo (chi si loda si imbroda), sul non darsi troppe arie col rischio di risultare presuntuosi, vanitosi e sgradevoli agli occhi degli altri. Eppure, aspettare che siano sempre e solo gli altri a riconoscerci meriti e pregi, sarebbe davvero come cercare un ago in un pagliaio. Se le famose pacche sulle spalla non partono in primis da noi stessi, come possiamo pretendere che siano gli altri a renderci onore e gloria. Ovviamente stiamo parlando di un problemino con l’autostima, col fatto di guardarci quotidianamente allo specchio e sentirci piccoli piccoli. Mai nulla di più sbagliato, poiché ognuno di noi possiede infinite capacità, spesso ignorate ma vi sono. Comprendo perfettamente che essere del tutto realistici e “apartitici” quando si tratta di dipingere noi stessi, le nostre capacità e qualità, senza risultare nel contempo irrealistici e narcisisti non è roba del tutto easy. Non dimentichiamo che accettare di avere dei limiti, di non riuscire ad affrontare ogni sfida e che a volte falliamo e a volte abbiamo successo, non è poi una faccenda così scontata. Anzi, l’immagine distorta di noi stessi che riflettiamo nei nostri occhi condiziona il nostro presente, facendoci perdere spesso la vera prospettiva del nostro valore. Alcuni campanelli d’allarme che potrebbero indicarci il fatto che stiamo avendo una scarsa considerazione di noi, potrebbero essere i seguenti: un’eccessiva modestia. Essere umili a prescindere non è positivo, significa invece che siamo delle persone insicure. Proviamo ad imparare ad accettate i complimenti, gli elogi altrui, riconoscendo il fatto che se qualcuno pensa che ci meritiamo un determinato complimento, è davvero così. Questo non significa però dover dare eccessiva importanza al pensiero altrui, perché ricordiamo che: ognuno ha la propria opinione, spesso falsata, non del tutto veritiera o magari anche dettata da invidie e screzi personali. Se ci sta troppo a cuore ciò che gli altri pensano di noi, forse è perché ci sottovalutiamo. Le persone insicure danno troppa importanza alle opinioni provenienti dall’esterno. Quindi, non dobbiamo sentirci eccessivamente toccati da ciò che gli altri dicono di noi. I loro commenti non sono più importanti dei nostri. Basta anteporre sempre il benestare altrui al nostro! Farlo in continuazione è un chiaro segnale di sottovalutazione, poiché significa che stiamo pensando che la nostra felicità sia meno importante di quella altrui. Come possiamo rendere felici gli altri se non lo siamo in prima battuta con noi stessi? Proviamo a fare cose nuove per darci la possibilità di metterci alla prova, di mettere in discussione le nostre innumerevoli capacità. Continuare a pensare di non essere in grado di fare una determinata cosa, alla lunga si rivelerà una sorta di profezia auto avverante. Non scherziamo. Rimanendo coi piedi per terra, nei limiti delle nostre reali possibilità, possiamo ottenere cose immense. Esistono sentieri che ci permetterebbero di autovalorizzarci di più e di osare avventure che vanno ben oltre ciò che già conosciamo di noi stessi. Inoltre, smettiamola di sentirci sempre presi in giro o di mira, poiché non siamo sempre il primo pensiero degli altri. Non bisogna sempre cercare di piacere agli altri a tutti i costi, ma a noi stessi. Se continueremo a non valorizzarci a sufficienza, perderemo molte opportunità. La sicurezza e la realizzazione personale dovrebbero essere il nostro obbiettivo primario. Solo se sereni e in armonia con noi stessi potremmo eventualmente essere di supporto agli altri. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: quando non ti senti mai ababstanza

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 08 September 2018

 

Ad ognuno di noi, almeno una volta nella vita lavorativa o relazionale è capitato di sentirsi troppo “piccolo”, non all’altezza, mai abbastanza per un determinato ruolo o per una determinata persona. Sarà perché così ci hanno ripetuto sino allo sfinimento da bambini, sarà perché le esperienze accumulate ci hanno fatto perdere l’autostima, sarà per quel che sarà, eppure gli altri ci appaiono migliori di noi sempre e comunque. Non di rado sono nostre convinzioni più o meno apprese che ci portiamo dietro e dentro. Ma noi non siamo i nostri pensieri, siamo molto di più, siamo ben oltre. Troppo spesso temiamo di seguire quella energia vitale interna, quella vocina che sentiamo riecheggiare dentro noi, per paura di errare, per timore del giudizio altrui. Siamo davvero certi del fatto che quello che vediamo negli altri sia per come le cose stanno o magari è una proiezione, una immagine che gli altri ci hanno voluto dare a credere. L’erba del vicino non per forza è sempre più verde della nostra, forse di primo acchito, se poi andiamo a guardare ogni filo d’erba potremmo scoprirne delle belle o delle “balle”. La famosa frase: “vorrei essere in gamba come lei” o “che fortunato che è”, ci tiene nascosto il fatto che ogni soggetto ha la propria storia, il proprio vissuto con le proprie sfide quotidiane, eppure noi riusciamo a intravedere solo un pezzo delle loro vite, il pezzo che risplende senza poter scorgere i sacrifici e le fatiche. A prescindere da quanto minuscoli o giganti possano essere i nostri agiti, noi possiamo fare la differenza, noi siamo la differenza. Ovviamente se crediamo che siano meritevoli di medaglie al merito solo le azioni strabilianti da super eroe, continueremo inevitabilmente a sentirci minuscoli ed insignificanti. Accettiamo che ogni nostra azione, anche la più piccola può essere importante a prescindere, soprattutto se lo è innanzitutto per noi stessi. Siamo talmente abituati a non prenderci i meriti e a sparlare di noi stessi alle nostre spalle, ah sì, siamo bravissimi a parlare male di noi stessi, davvero non ci servirebbe l’ausilio da parte di altri. Finiamola con questi vittimismi e questa timidezza nell’ammettere che siamo bravi in una cosa piuttosto che in un’altra, non togliamo niente a nessuno, rischiamo solo di sminuire la nostra autostima, per sfortuna, aggiungerei. Se continuiamo a cercare fuori di noi la felicità, ripetendoci che la situazione nella quale ci ritroviamo non sia abbastanza, non ci porti da nessuna parte, stiamo avendo innanzitutto poca fiducia nel nostro operato, spostando l’immagine di noi stessi in un futuro prossimo che non siamo in grado di gestire e non godendo appieno del presente. Se proprio stiamo male nel qui ed ora, potremmo provare a cambiare qualcosa in maniera concreta, cambiando dall’interno, modificando le nostre credenze, poiché la nostra vita sarà lo specchio di ciò che crediamo di essere e non tanto di ciò che veramente facciamo. Continuare a crede che saremmo migliori facendo o non facendo determinate cose, ci porterà alla lunga a dubitare di ogni nostra scelta, ogni nostro operato. Siamo come siamo, siamo ok per come siamo a prescindere da quanto siamo arrivati in alto nella scale sociale o nel cuore di quel partner. Il non fare determinate cose se sentiamo la necessità di non farle, è un nostro diritto. Il fare solo per apparire agli occhi degli altri abbastanza sportivi, abbastanza connessi, abbastanza social, non ci renderà mai abbastanza agli occhi di noi stessi. Impariamo invece a pensare a quanti obbiettivi raggiunti, quanti successi personali. Focalizzarsi solo ed esclusivamente su quello che non ci piace di noi o su quello che vorremmo ottenere ma che non riusciamo ad avere non farà altro che alimentare senso di frustrazione e rabbia, riflettere invece sui nostri successi potrebbe darci nuove prospettive su cosa e come vorremmo cambiare. Diventiamo ciò che ci diciamo di essere, ciò che crediamo di essere. Iniziare un modo nuovo di credere e di pensare a noi stessi richiede impegno e spesso fa anche un po’ paura ma è un prezzo che vale davvero la pena pagare per ritrovarsi pieni zeppi di noi. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: come trattenere i benefici delle vacanze evitando stress da rientro

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 25 August 2018

 

Prima o poi ad ognuno di noi capita di dover rientrare dalla vacanza, non solo rientrare fisicamente nella città di residenza ma anche sul posto di lavoro. La cosa migliore da fare sarebbe quella di riprendere con gradualità la routine quotidiana, possibilmente dedicando una fetta del nostro tempo giornaliero a un hobby, uno sport, un corso che da tempo vorremmo frequentare o un'abitudine in senso più generale che possa richiamare alla nostra mente le attività piacevoli e divertenti svolte durante la nostre vacanza. Siamo ben propensi, in quanto esseri umani, ai cambiamenti, con una più o meno ampia capacità soggettiva di adattamento, eppure, variazioni repentine, anche nelle abitudini giornaliere, possono generare malessere psico-fisico. Sarebbe consigliabile rientrare a casa un paio di giorni prima di riprendere a lavorare, proprio per riappropriarsi con gradualità a rumori, cambio di ritmi, di temperatura e soprattutto dormendo e alimentandosi in modo corretto ed equilibrato. Non dimentichiamoci inoltre che molto spesso in vacanza riusciamo a “staccare la spina” da problemi, responsabilità e noiose attività di menage quotidiano quali: far la spesa, pulire casa, quando sì è fuori, si vive molto più il tempo presente, dedicandosi principalmente ad attività di relax e di gioco. Ecco perché è bene ritagliarsi spazi per attività ricreative che possano richiamare alla mente quelle svolte durante la vacanza anche una volta rientrati nel tran tran quotidiano. Sono molti gli studi che dimostrano i benefici associati alle ferie. Uno studio su Translational Psychiatry mostra che la vacanza ha un effetto positivo immediato contro lo stress e a sostegno del sistema immunitario, comportando fra l'altro miglioramenti a breve termine sul benessere, misurato in termini di vitalità e bassi livelli di stress. Una ricerca dell'American Psichological Association sottolinea inoltre che nella maggior parte dei casi questi vantaggi durano, ahinoi, pochi giorni. Difatti, molto spesso, il benessere tanto bramato e ottenuto con la vacanza, ci abbandona quasi appena varcata la soglia di casa, all’interno della quale ci attendono irrequietezza e nervosismo. Se impariamo ad essere consapevoli di tale meccanismo, soprattutto non abbandonando il piacere delle buone abitudini rivolte al nostro benessere mente-corpo, probabilmente potremmo trarre un po’ più a lungo dei benefit vacanzieri. Purtroppo non è tutto, perché da un’indagine condotta da In a Bottle (water magazine in italiano), su circa 1500 persone, già prima di partire in vacanza, circa due italiani su 10 (21%) pensavano a quello che avrebbero ritrovato al rientro e una volta terminate le vacanze, ben un italiano su 3 (32%) si scopre più stressato di prima. I motivi? Sicuramente il ritorno alla routine, quella casa-lavoro lavoro-casa che diventa lo spauracchio del 63% dei soggetti monitorati. Tra gli altri pensieri da scacciare ci sono le ansie sul posto di lavoro (57%); i colleghi (49%); la vita da pendolare in auto o treno (34%) e gli obblighi familiari (19%). Inoltre, molti hanno dichiarato di non aver mai del tutto staccato (42%), vivendo così gli ultimi giorni con insoddisfazione (25%) e preoccupazione (23%). Non si tratta solo ed esclusivamente di una questione di fine delle vacanze. A renderci insoddisfatti e inquieti, per come accennavo poche righe sopra, ci sono anche questioni climatiche che ci costringono a dormire male e poco per cui aumenta l’irritabilità. Allora, potemmo provare, calendario alla mano, pensare di programmare piccole gite fuori porta, una escursione nel parco o una visita al museo della propria città, da tempo rimandate, perché in effetti, si è visto che già la fase della programmazione della vacanza, del viaggio o di qualunque iniziativa che abbia l’obiettivo del relax ha un effetto benefico scatenando il rilascio di dopamina, l’ormone del benessere. Organizzare nuove attività utili a noi stessi, alla nostra crescita personale, al nostro benessere, senza sovraccaricarci troppo, può davvero essere una strategia utile per ritrovare la giusta motivazione e vitalità nella vita quotidiana post vacanza. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: quando l'orgoglio genera il pregiudizio. Come arrestare un meccanismo innescato

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 25 August 2018 

 

Maria Grazia mi scrive: “secondo me il pregiudizio è una cosa che si impara da piccoli, un po’ come l’essere più o meno orgogliosi, ed è strettamente correlato all’educazione e alla paura.” Non è un pensiero del tutto errato. Orgoglio e pregiudizio sono strettamente legati fra loro e ad avvalorare tale ipotesi ci ha pensato lo studio della British Columbia University che ha dimostrato: “come la relazione che abbiamo con noi stessi influenza direttamente il nostro modo di rapportarci con gli altri” (Claire Ashton-James ricercatrice nel Dipartimento di Psicologia della UBC). Sempre secondo la ricercatrice: “ciò suggerisce che i pregiudizi negativi possono essere più flessibili di quanto si pensava in passato, mentre è l’orgoglio arrogante, quello generato dal raggiungimento del successo personale non per meriti personali, ma attraverso giochi di potere, uso dei propri beni, del denaro, del nepotismo, quello che più di ogni altra cosa può esacerbare i pregiudizi. L’orgoglio autentico, quello che viene dalla sicurezza di sé, quello che nasce dal duro lavoro per l’auto-realizzazione, può al contrario aiutare a ridurre il razzismo e l’omofobia”. Grazie a questo nuovo studio condotto dalla UBC, si è potuto osservare che “l’orgoglio autentico” crea una fiducia che aumenta l’empatia verso gli altri e che a sua volta riduce i pregiudizi verso gruppi generalmente stigmatizzati. Al contrario, i sentimenti di arroganza e superiorità che derivano dall’ “orgoglio arrogante”, riducono l’empatia, esacerbando così i pregiudizi contro le minoranze (lo studio ha coinvolto 1.400 partecipanti, in Canada e negli Stati Uniti). Gordon Allport, uno tra i più grandi studiosi statunitensi di psicologia sociale, in merito alla definizione di pregiudizio asserisce quanto segue: “trattasi di un atteggiamento di rifiuto e ostilità fondata su una generalizzazione falsa e inflessibile della realtà che avviene a priori, ossia prima dell’esperienza e che si caratterizza per la sua resistenza al cambiamento”. Il pregiudizio ha quindi come oggetto l’individuo in quanto membro di un gruppo, i cui tratti stereotipati attributi a quella determinata categoria sociale, vengono poi generalizzati senza alcuna base razionale a tutti i membri del gruppo. Prendiamo come esempio alcune tra le più tipiche frasi che spesso sentiamo dire da gli altri o che noi stessi esprimiamo: “Non ho niente contro quel gruppo x, l’importate è che io non abbia mai a che fare con loro”; “io non discrimino i gay voglio solo proteggere la famiglia tradizionale”. Fondamentale è la consapevolezza di non poter essere immune da pregiudizio e di approcciarsi a esso con spirito critico e riflessivo. Poiché pregiudizi, discriminazione e stigmatizzazione possono determinare un ambiente ricco di tensioni e problemi di salute mentale, costringendo le persone prevenute a fare più sforzi per controllare il proprio comportamento, sarebbe necessario impegnarsi a ridimensionare e mettere in discussione le proprie idee preconcette, aumentando i contatti sociali e affrontando la diffidenza con il giusto equilibrio. Proviamo a mettere in discussione i pregiudizi personali connaturati verso determinate categorie di persone. Responsabilizziamoci riconoscendo i nostri pregiudizi e sostituendoli con alternative più ragionevoli. Se abbiamo un'idea stereotipata del sesso, della religione, della cultura o del concetto di razza (le bionde sono stupide, le donne sono lunatiche e così via), dobbiamo consapevolizzare il fatto che rischiamo di fare delle generalizzazioni etichettando una certa categoria di persone. Dovremmo imparare a riconoscere le conseguenze negative che i pregiudizi possono produrre sugli altri, oltre che su noi stessi (perdita di autostima, aumento dei disturbi depressivi, aumento dell’aggressività), per poterli ridurre. Evitiamo di auto-stigmatizzarci. Aumentiamo i contatti sociali con persone di varie razze, culture, orientamenti .sessuali e fedi religiose. Possiamo conoscere veramente qualcuno solo nel momento in cui smettiamo di giudicarlo e iniziamo ad ascoltarlo e imparare da lui. Evitiamo di giustificare i luoghi comuni quando interagiamo con gli altri: le bionde sono stupide, i neri sono atletici, gli asiatici sono intelligenti, i messicani lavorano sodo, ecc. Anche se alcuni sembrano positivi, possono acquisire una connotazione negativa se accompagnati dal pregiudizio. Infine, se ci sentiamo minacciati da un pregiudizio, anziché isolarci, dovremmo imparare ad affrontare i pregiudizi altrui, imparando ad accettare noi stessi a prescindere da ciò che gli altri possano pensare di noi, individuando un gruppo fidato, solidale nei nostri confronti. Cerchiamo l’appoggio e il sostegno della famiglia, di un amico caro. Non partiamo dal presupposto di venir rifiutati a priori, consideriamo ogni situazione e interazione come una nuova esperienza. Esprimiamo le nostre emozioni attraverso l'arte, la scrittura, la danza, la musica, la recitazione o qualsiasi altra attività creativa. In ultima istanza, ma non per questo la meno importante tra tutte quelle elencate precedentemente, lasciamoci coinvolgere, impegniamoci attivamente nello smantellare i pregiudizi nel nostro quartiere, nella nostra città, in ogni situazione che ci fa star male e fa star male una vittima di pregiudizio. Aborriamo l’orgoglio arrogante e l’indifferenza, al fine di vivere serenamente e con una maggiore elasticità mentale. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: staccare la spina da routine e lavoro è necessario

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 11 August 2018

 

Partire per una nuova meta, girare il mondo, ma anche allontanarsi semplicemente da casa solo di qualche chilometro per trascorrere un fine settimana o qualche ora di relax e staccare dalla frenesia quotidiana, è ciò di cui ognuno di noi ha bisogno. Troviamo sempre moltissime scusanti tra cui non avere mai il tempo, la disponibilità economica, la compagnia giusta o le ferie effettive accumulate durante l’anno per poter partire. Secondo una ricerca condotta da Skyscanner, un motore di ricerca internazionale di voli, senza finalità di vendita, in collaborazione con la psicologa Rebecca Spelman, tutti dovemmo andare in vacanza più spesso, perché ciò potrebbe avere molti effetti benefici per la salute fisica e mentale. Per il 34% dei lavoratori intervistati, il primo periodo dell’anno, che va da gennaio a fine marzo, a livello lavorativo, è il più impegnativo e stressante, quindi, quando Pasqua cade, come quest’anno, ad Aprile, bisogna subito approfittarne per ricaricare un po’ le batterie. “Lavorare troppo è causa di stress e questo può iniziare a interferire con la nostra vita privata. Più si protrae questa condizione, peggiori sono gli effetti su corpo e mente. Potresti sentirti stanco, avere delle difficoltà di concentrazione, iniziare a sentirti irritabile e avere degli sbalzi d’umore anche per le situazioni più insignificanti. Prenderti una vacanza ti aiuterà a rilassarti e recuperare un po’ di energia” ci spiega giustappunto la dott.ssa Spelman. Per quanto riguarda la frequenza con la quale andare in vacanza, pare che sarebbe consigliabile prendersi delle brevi pause ogni tre o quattro mesi, anziché un lungo periodo di stacco una sola volta all’anno, così da trarre il massimo beneficio delle ferie, perché i benefici della vacanza, a mano a mano che passa il tempo si affievoliscono (ve ne parlerò appena dopo la settimana di Ferragosto). Inoltre, viaggiare, anche per brevissime distanze, è un ottimo antidoto contro tristezza e stanchezza. Tuttavia, molto spesso, nonostante le ferie tanto attese, la maggior parte di noi non riesce a staccare del tutto, rimanendo in contatto con l’ufficio attraverso computer, tablet o cellulari. Dedicarsi del tempo lontano dal lavoro, dalla scuola, dallo stress di una vita molto impegnata è assolutamente cruciale per rivitalizzare la salute del nostro cervello. Negando al cervello una vacanza, automaticamente diminuirà la nostra abilità creativa e di problem solving. La nostra mente pensa più chiaramente quando si ferma e si prende un po’ di tregua. I nostri corpi e cervelli non sono equipaggiati per affrontare periodi di stress protratti nel tempo, e necessitano di pause per ricaricarsi. Ecco che approfittare anche della sosta estiva per fare dell’attività fisica, dormire meglio e di più, trascorrere tempo con i propri amici divertendosi, sono tutte ottime strategie per ridurre lo stress. Siamo al solito giro di boa, dovremmo davvero imparare a concentrarci maggiormente su noi stessi e sul nostro benessere senza troppi sensi di colpa, e, se non possiamo permetterci vacanze di lusso, accontentiamoci di qualche fine settimana in un centro benessere, sulla neve, al mare o semplicemente passeggiando all’aria aperta con amici e parenti. Auguro buon riposo e buon Ferragosto. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: senso di impotenza un po' appreso un po' indotto

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 03 August 2018

 

Quando parliamo di senso di impotenza “appresa” ci riferiamo a quelle situazioni nelle quali apprendiamo che non può essere fatto nulla per controllare o migliorare una certa determinata situazione, per cui tendiamo a non provarci nemmeno. Vi siete mai chiesti il motivo per cui alcune persone sembrano non avere mai difficoltà, mentre altre sembrano bloccate nei loro problemi, in un ciclo senza fine e senza uscita di emergenza? Chi conosce questo stato d’animo, che porta a dirsi in maniera molto arrendevole e stanca: “tutto è inutile”, “non ci provo nemmeno”, “oramai so già come andrà a finire”, tenderà ad identificarsi con le cause degli eventi negativi, sentendosi un incapace oppure troppo vecchio (la colpa sarà la sua), le cose difficilmente potranno cambiare e inoltre si considererà un incapace in generale, non in riferimento ad una specifica situazione. Viceversa, la persona che penserà: “probabilmente dovevano dare il posto a qualcun’altro”, spiegherà l’evento negativo in maniera: esterna (dal momento che la causa non è imputabile a lui), instabile (dal momento che non è detto che in futuro debba ripetersi la stessa situazione), e specifica (dal momento che si riferisce al quello specifico episodio). Mentre quest’ultima modalità di pensiero è un potente scudo contro gli eventi negativi, la prima modalità è tipica delle persone che si sentono perennemente impotenti, abbattute, prive di autostima, in una sola parola, pessimiste. Inoltre lo stile di pensiero pessimistico tende col tempo ad auto-alimentarsi e ad aumentare i suoi effetti negativi sulla persona, al punto da attivare una sorta di profezia che si auto avvera. Come possiamo quindi provare a gestire i sentimenti negativi indotti dall’impotenza appresa? Partiamo innanzitutto col concentrarci su un’area specifica della nostra vita che vorremmo cambiare. Non proviamo altri cambiamenti finché non saremo sicuri di fare progressi in quell’area specifica, proviamo a credere maggiormente nel fatto che noi stessi, in prima persona, possiamo fare la differenza, smettiamola di criticarci ogni tre per due, ricordiamoci che gli errori, gli intoppi, fanno parte della vita di tutti noi, fare degli errori non equivale ad essere idioti o incapaci. Iniziamo a regalarci più complimenti. Diversi studi a riguardo hanno dimostrato che complimentarsi con noi stessi per le cose andate bene aumenta la capacità di pensare in maniera più ottimistica. Cerchiamo di circondarci il più possibile da persone ottimiste creando così un nostro habitat positivo. Se continuiamo a circondarci di persone negative, che ci buttano giù, non facciamo altro che aumentare i nostri pensieri pessimistici. Concentriamoci seriamente sulle cose che davvero possiamo controllare, è davvero inutile spendere le proprie energie nel tentativo di cambiare cose che, di fatto, non sono sotto il nostro controllo. Diamoci una ricompensa anche per i piccoli miglioramenti. Tutti questi consigli hanno a che fare con il cosiddetta “pensiero positivo”. Naturalmente non tutti gli esseri umani reagiscono con un senso di impotenza agli eventi negativi: la reazione dipende molto da come interpretiamo gli eventi stessi. Ognuno di noi ha delle competenze che possono permettergli di eccellere in talune aree piuttosto che in altre, quindi pensare di essere “scarsi” è un pensiero falso e non funzionale. Sbagliare non piace a nessuno, lo sappiamo, ma fa parte del gioco. Anzi, spesso sono proprio gli errori a farci da “test” e a darci la possibilità di capire come poter fare meglio. “Fare degli errori non equivale ad essere degli stupidi, significa semplicemente che stai testando come NON fare” (come disse Edison al 10.000° tentativo per la creazione della lampadina). Siamo talmente presi dai numerosi impegni della quotidianità che ci dimentichiamo di quello che già abbiamo. C’è un Monaco Buddista, Thich Nhat Hanh, che con le sue Campane della Consapevolezza, ricorda ai suoi allievi di fermarsi ogni tanto per qualche secondo per chiedersi: Dove sono? Cosa sto facendo? Perché lo sto facendo? Quali sono i miei talenti? Li sto usando? Di cosa sono grato? Un utile esercizio che mi sento di suggerirvi è il seguente: prendete il vostro telefono e imposta una sveglia a caso, quando suonerà, interrompete cosa state facendo, fate qualche respiro profondo e ponetevi le stesse domande del Monaco Buddista. Provate per valutare. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: sconfiggere la demotivazione migliorando l'umore

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 27 July 2018

 

Quante volte ci siamo ripetuti costantemente: non ce la faccio, non ho la giusta motivazione, mi annoio, mi sento triste e giù di morale. Nulla di tragico, capita quando ci siamo dimenticati di ricaricare le pile per troppo tempo, quando la routine e le mancate gratificazioni sono in maggior numero rispetto alle novità e alle pacche sulle spalle personali o provenienti dall’esterno. Quando il desiderio di una pausa diventa una vera e propria esigenza, allora la demotivazione prende il sopravvento. Ci sembra di avere dinnanzi a noi lo scenario di una strada che pare allungarsi invece che ridursi, le gambe non ci reggono più e l’unica cosa sulla quale ci si riesce a focalizzare è quanto siamo stanchi, knockout. La resistenza viene meno e si trasforma in vera crisi demotivazionale. Capita allo studente, allo sportivo, sul posto di lavoro e anche all’interno del menage familiare. Niente di nuovo eppure altrettanto frustrante da digerire. Si diventa apatici, si perde la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità di riuscita, si getta la spugna ancor prima di cominciare perché “tanto è inutile, non ce la farò mai!”. Saper accettare questi momenti è una capacità non sempre facile da ritrovare in noi stessi, questo però non significa arrendersi o sentirsi sconfitti in partenza e neanche nascondere a noi stessi o agli altri certi emozioni, poiché di certo non servirà a migliorare il nostro stato d’animo. Allora proviamo invece a lavorare sulla capacità di riconoscere e descrivere le proprie emozioni negative, magari mettendole nero su bianco come a volercene distaccare con consapevolezza. Allo stesso modo facciamo una bella lista di congratulazioni personali dando valore ad ogni piccolo successo quotidiano. Eliminiamo le cosiddette attività superflue o comunque rimandabili, evitando così di sentirci letteralmente sommersi di cose da fare che alla fine non riusciamo a portare a termine sentendoci in colpa e dannatamente demotivati verso noi stessi per la nostra incapacità organizzativa, di gestione del tempo, magari avevamo davvero troppe cose da fare in quel giorno, cose che effettivamente avremmo potuto rimandare senza troppe preoccupazioni. Piuttosto completiamo piccoli pezzetti di un eventuale grosso lavoro un po’ per volta. Suddividiamo la lunga scalinata in tanti piccoli gradini. Prendersi delle pause, facendo nulla, oppure quello che più ci appaga: dall’ascoltare il nostro brano musicale preferito, al coccolarci con una prelibatezza culinaria, guardando un film, passeggiando tra gli alberi o andando a quella famosa mostra per la quale non abbiamo mai tempo o anche regalandoci un premio un po’ superfluo con dello shopping leggero, non importa, ognuno sa perfettamente cosa più lo gratifica e lo appaga a breve termine. Imparare a vivere le emozioni: piangendo, ridendo, osservando quello che proviamo durante la giornata senza giudizio ma semplicemente accogliendo nel presente i nostri mutamenti umorali e soprattutto tenendo a freno il nostro Giudice Interiore, sempre pronto a bacchettarci e farci sentire delle nullità. Basta ripetersi repentinamente: “dovrei fare questo, dire quest’altro, non dovrei fare così”, rischiamo di crearci la nostra gabbia dorata all’interno della quale inizialmente potremmo sentirci protetti ma alla lunga diventerà la peggiore delle nostre prigioni. Sostituiamo i dovrei con dei vorrei, potrei. Le parole contano molto più di quanto crediamo non solo verso gli altri, anche verso noi stessi. I problemi, se ve ne sono, si risolvono uno per volta, senza mettere troppa carne al fuoco, rischiando di bruciarci assieme al problema. Respiriamo. Soffermarci sul nostro respiro, nel presente qui e ora, è fondamentale, ci aiuta a capire che la demotivazione che stiamo provando è passeggera, dovuta a una circostanza, ad un fatto, un momento un po’ negativo e non a noi stessi in quanto persone. Infine proviamo a condividere le emozioni, il modo in cui ci sentiamo con chi può farci valutare un punto di vista alternativo di cui abbiamo bisogno in un momento di difficoltà e al quale non avevamo pensato perché troppo immersi nel nostro stato emotivo negativo. Disperdiamo molte energie nel comprendere gli altri eppure non investiamo abbastanza a comprendere davvero fino in fondo noi stessi. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: perenni insoddisfatti da mettere sotto una lente

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 14 July 2018

 

Partiamo con il fare chiarezza su quelle che sono tra le principali forme di insoddisfazione collegate alla natura dei bisogni umani: non sentirsi realizzati nei ruoli professionali e/o in quelli privati; non sentirsi importanti ai propri occhi; non sentirsi amati o di appartenere a niente e nessuno; non avere una vita stimolante e variegata; non soddisfare i bisogni primari quali quelli sessuali, sensoriali e altri ancora. Le principale cause che ci portano a percepirci come insoddisfatti possono essere tra queste: la presenza di un problema invalidante che ci impedisce di inseguire le nostre ambizioni; modelli educativi genitoriali e sociali inadeguati che hanno programmato le nostre credenze valoriali sulla base di pochi permessi e molti divieti; un ambiente poco stimolante sia a livello professionale che relazionale; un ambiente lavorativo o scolastico troppo competitivo; una carenza di competenze o conoscenze che ci renderebbero possibile la soddisfazione di alcuni dei nostri desideri. Questi aspetti ci mettono molto spesso dinnanzi a un vero e proprio conflitto a fuoco tra la nostra parte più razionale/mentale e quella emotiva e sensoriale. Ma c’è un modo pratico per non sentirci perennemente attanagliati dall’insoddisfazione. Fondamentale è innanzitutto essere ben consapevoli in quale fase della insoddisfazione ci troviamo: nella fase di difficoltà oggettiva a soddisfare i nostri bisogni primari, ovvero quelli fisiologici e di sicurezza (salute, soldi, occupazione, un tetto sopra la testa), fase in cui la nostra insoddisfazione è ai massimi livelli. La fase in cui siamo consapevoli di godere di ottima salute, avere un lavoro, una casa, eppure la nostra vita è piatta, priva di stimoli. Né il lavoro, né la vita personale ci fanno sentire realizzati, siamo convinti che non stiamo percorrendo la strada giusta per noi, anche se non riusciamo a capire dove andare a parare. In fine capire se siamo invece nella fase in cui le cose vanno bene, eppure, le nostre ambizioni sembrano allontanarsi piuttosto che avvicinarsi. Se vogliamo davvero sbarazzarci del senso di insoddisfazione, che ci tedia giorno dopo giorno, dobbiamo imparare a focalizzarci in un unico punto e allontanare, uno dopo l’altro, gli ostacoli e i problemi che ci distolgono dai nostri obiettivi. Non sempre è necessario cambiare proprio tutto della nostra vita, col rischio poi di non riconoscersi all’interno di una nuova dimensione o addirittura ritrovarsi proprio come prima se non peggio. Tentare di raggiungere da subito obiettivi troppo ambiziosi, ci porta a disperdere energie e fiducia in noi stessi. Impariamo a non sovraccaricarci di impegni e progetti, col rischio di non riuscire a portarli a termine tutti e a sentirci stremati a dismisura. Impariamo invece a rifiutare (assertivamente) qualsiasi impegno che non contribuisca direttamente alla realizzazione dei nostri obiettivi. Ricordiamoci di godere del cosiddetto vuoto fertile, dei momenti di ozio, di noia, momenti nei quali ritrovare piacevolmente il contatto con noi stessi, con le nostre emozioni, ascoltandoci. Evitiamo quella cosiddetta “fame nervosa” che non ci rende mai davvero sazi e sempre più famelici. Regaliamoci momenti di relax assoluto, quasi noia, in cui ci sconnettiamo da tutto e da tutti, prima di essere per l’ennesima volta risucchiati nel solito tran tran quotidiano. Onestamente con noi stessi, chiediamoci se ripetere quanto fatto finora, nei ritmi, nelle scelte, ci aiuterà davvero a liberarci dalla perenne insoddisfazione personale e lavorativa. Da qualche parte bisogna pur cominciare, per essere a metà dell’opera, allora iniziamo sin da ora, senza rimandare a poi. Una volta innescato, il processo non si arresterà. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: prospettive altre sulla differenza di genere

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 06 July 2018

 

Le differenze di genere, si sa, sono numerose ma se comprese, accettate e ben gestite, possono risultare anche utili sia nei rapporti di coppia che nell’educazione dei figli e nella vita relazionale in genere. Accettare, valorizzare ed amalgamare le due diverse realtà, affinché i conflitti ed i problemi che possono nascere tra i due sessi non rischino di diventare sempre più numerosi e insormontabili, dei meri tabù sociali e culturali. L’umore femminile, a differenza di quello maschile, è molto variabile a causa dei continui cambiamenti ormonali a cui sono sottoposti il corpo e la psiche femminile ma anche da una maggiore sensibilità del cervello emotivo femminile alle variazioni metaboliche durante la giornata, durante il ciclo mensile, nel periodo della pre menopausa e della menopausa. Questa variabilità mette molto spesso a dura prova il proprio partner che si ritrova a relazionarsi in alcuni giorni, in alcuni momenti della giornata o in alcuni periodi, con una persona più o meno mutevole a livello umorale. Eppure, tale variabilità d'umore rappresenta anche le maggiori capacità femminili di entrare in empatia con gli altri. Anche le differenze nel modo di comunicare tra maschi e femmine può essere causa di conflitto. L’uomo comunica generalmente più coi fatti che con le parole. E quando usa le parole tende ad essere sintetico , a differenza, sempre in maniera generica, della donna che accanto agli avvenimenti, è in grado di esprimere anche il suo sentire e quindi le proprie emozioni. Può succedere allora che una donna si lamenti per sfogarsi o cercare comprensione e un appoggio affettuoso da parte del suo partner che si preoccupa e si attiva alla ricerca d’una soluzione al problema, adoperandosi, come già accennato sopra, con un linguaggio più asciutto, spesso in contrasto con quello inondante della propria compagna ed ecco che può capitare che per tale motivo spesso le donne rimangono deluse e offese dai laconici commenti degli uomini. Altrettanto gli uomini, sentendosi investiti da un fiume in piena di emozioni, non riescono ad individuare né il punto di partenza del problema, né esattamente quale sia il bisogno della compagna, il suo desiderio o, semplicemente, il suo problema e se c’è un problema e pertanto evitano di comunicare sentendosi inappropriati o fuori luogo. Anche il modo di esprimere interesse e amore è molto spesse diverso per uomini e donne. La donna ama i gesti e le parole tuttora efficaci per dimostrare l’amore. Per l’uomo gli anniversari, ma in parte anche i regali, hanno un’importanza modesta, le cose stanno in modo totalmente diverso. Per la donna le manifestazioni d’amore sono legate a date e a comportamenti rituali ben precisi; per l’uomo è importante e decisivo, nel sentirsi amato, l’attuale complessivo comportamento della donna nei riguardi del suo benessere fisico e psicologico. Andiamo oltre, nella vita pratica quotidiana, mentre la donna è capace di gestire le sue energie centellinandole, anche per un tempo molto lungo, l’uomo svolge i suoi impegni lavorativi “a strappo” mettendo cioè una grande quantità d’impegno, energia fisica e psichica in quello che fa, ma per una minor durata nel tempo tanto che subito dopo, ha bisogno di qualche minuto di pieno relax per recuperare le energie spese. Questo atteggiamento viene non di rado malvisto dalla donna che gli rimprovera di poltrire mentre lei non si ferma mia un attimo. Non si tratta d’invincibile pigrizia del genere maschile, ma d’un modo diverso di affrontare l’impegno e la fatica. Per quanto riguarda l'educazione della prole i contrasti maggiori nascono dal modo diverso di educare e dai differenti obiettivi. Per la madre solitamente l’attività educativa è fatta di relazione e dialogo, di comprensione e ascolto, di accettazione e partecipazione. Per il padre, l’attività educativa è fatta sì di dialogo, comprensione, ascolto e partecipazione ma è fatta soprattutto di regole e norme da rispettare e da far rispettare. L’attività educativa e formativa è fatta di stimoli a migliorarsi, affrontando il futuro e gli ostacoli con coraggio e determinazione, senza tentennamenti e senza ripensamenti, con la grinta e la sicurezza necessarie per affrontare persone, avvenimenti e situazioni anche molto difficili. Anche in questo caso, se la coppia agisse come una squadra non solo raggiungerebbe più facilmente gli obiettivi proposti da entrambi i genitori ma si eviterebbero contrasti spiacevoli. Ci sarebbe da scrivere davvero ancora molto a riguardo ma mi fermerei qui. Tutto questo per sottolineare il fatto che non solo siamo gli uni differenti dagli altri ma lo siamo anche in base alla nostra appartenenza di genere, culturale, storica e sociale e che accettare che queste differenze non equivalgono a debolezze ma che tutt'altro, ci completano eventualmente, potrebbe riportarci a una sorta di equilibrio armonico non solo all'interno delle relazioni ma anche all'interno di noi stessi. Lasciare che il femminile e il maschile presenti all'interno di ognuno di noi possano comunicare e alternarsi se necessario in base alle circostanze, senza per questo sentirsi meno femminili ed aggraziate o meno uomini duri che non devono chiedere mai. La società ci costringe spesso a soffocare tale dualità e ci richiede lo sforzo costante di una scelta prioritaria stereotipata che troppe volte ci mette in conflitto con noi stessi e con i nostri partner. Imparare a conoscere noi stessi rende meno arduo tale processo di condivisione e fusione. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: proviamo a gestire la frustrazione

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 20 July 2018

 

Probabilmente non esiste essere umano al mondo che non abbia, almeno una volta nella vita, provato la sensazione di frustrazione. Nel mancato raggiungimento di un obiettivo o quando semplicemente gli intoppi, gli ostacoli e le difficoltà intercorse tra noi e la meta erano davvero onnipresenti e sin troppo audaci. Bene, la buona notizia sta nel fatto che è del tutto normale sentirsi frustrati a volte. Questo però non vuol dire interpretare il senso di frustrazione come la sconfitta estrema della nostra vita. Eppure la frustrazione ci provoca a cascata altre emozioni quali la rabbia, la tristezza, l’angoscia. Nulla di anomalo neanche in questo, è del tutto normale, bisogna imparare a vedere il lato positivo della cosa e soprattutto imparare ad adoperare alcune strategie per “curare”, domare, questa frustrazione che può arrivare a bloccarci e ad affondarci lentamente. Innanzitutto sarebbe molto utile identificare quegli obiettivi ancora non raggiunti per capire esattamente ciò che desideriamo davvero. Molto importante è scoprite il perché non riusciamo a raggiungere quello che ci riproponiamo costantemente. Prima che la frustrazione diventi ingestibile, parlarne senza reprimerla, senza celarla agli altri e a noi stessi per primi può risultare liberatorio. Poniamoci delle domande in merito a quanto stiamo o meno percorrendo il cammino migliore per raggiungere quello che desideriamo. Forse è una meta inarrivabile a prescindere e non ce ne rendiamo neanche conto per quanto ormai siamo arrovellati dal senso di frustrazione, ebbene, parlarne può aiutare. Cercare vie alternative se non addirittura cambiare traguardo non equivale ad essere dei falliti o dei perditempo. Se non siamo riusciti a raggiungere una meta, forse era impossibile da compiere per le circostanze in cui ci troviamo. Cercare qualcosa che rientri nelle nostre possibilità, che possiamo ottenere significa conoscersi profondamente ed essere realisti. È molto importante la giusta dose di motivazione per farlo. Se si desidera qualcosa, impegnarsi al massimo è basilare. Se poi non la si ottiene, non succede nulla. Ci saranno molti altri traguardi da calpestare. Nessun percorso è totalmente privo di ostacoli, essi ci mettono alla prova, ci fortificano delle volte e non ci obbligano a contrastarli a brutto muso, si può anche decidere di aggirarli o prendersi il giusto tempo per studiarli e trovare la giusta soluzione per andare oltre. Continuare ad arrovellarsi il cervello nei fallimenti o in quello che non si è potuto ottenere non è di certo di aiuto per la propria autostima. Non si può ottenere tutto e tantomeno subito. Ricordarsi invece anche dei successi trascorsi, e ve ne sono stati certamente, aiuterà a credere maggiormente in noi stessi. Ricordarci che errare è umano e che molto spesso dai nostri errori impariamo cose su noi stessi, sulla vita e sugli altri, ci fa bene. Regaliamoci il perdono per aver commesso degli errori. Crediamo in noi stessi, ricominciando senza aspettarci niente da nessuno, senza idealizzare gli altri e i loro percorsi del tutto estranei ai nostri. Tutto questo forse non ci permetterà di superare la frustrazione in uno schiocco di dita ma perlomeno ci permetterà di capirla, di accettare anche un sentimento negativo o fastidioso, accogliendolo. Non disperiamo. Ci saranno altre occasioni in cui otterrete quello che desideriamo, senza paura di riprovarci. Meglio rimpianti o ripensamenti? Ognuno darà a se stesso la risposta migliore per se e se soltanto. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: segnali e suggerimenti per coppie in crisi

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 22 June 2018

 

La crisi all’interno di una coppia e il conseguente allentamento dei partner può avvenire per motivi differenti: dal darsi per scontati, al lavorare troppo, al vedersi poco o vivere una relazione a distanza ad esempio. Il più delle volte è un insieme di tanti motivi che portano a una crisi graduale, arrivando al punto in cui non ci si parla più, non ci si sopporta più. Scopriamo assieme questi potenziali campanelli d’allarme. Quando viene a mancare la sfera intima e sessuale all’interno di una coppia, prima o poi subentra una sorta di intolleranza e l’incapacità di comprendersi. Per intimità si intende non solo quella tra le lenzuola ma anche quella mentale, che viene meno quando non c’è più comunicazione, divertimento e sintonia tra i partner. Anche la scarsa voglia di trascorre più tempo insieme non è proprio un buon segnale. Preferire lo stare lontani dal proprio partner, oppure sentirsi soli anche in sua presenza è un vero e proprio campanello d’allarme che qualcosa non sta andando per il verso giusto nella nostra relazione. Il partner andrebbe coinvolto e non allontanato, senza per questo sentirsi soffocati o prevaricati. Anche la fiducia e il rispetto sono alla base di una relazione, che essa sia sociale o amorosa, quando questi elementi mancano dovrebbe essere il momento giusto per fare e farsi delle domande senza rifugiarsi dietro a scuse e menzogne. Comunicare apertamente, facendo un esame di se stessi e non solo accusando l’altro, per capire cosa entrambi abbiamo sbagliato, senza criticare o sminuire il punto di vista del partner. Altri aspetti meno “profondi” e più esteriori sono comunque da non sottovalutare come ad esempio perpetuare nella trasandatezza del proprio aspetto, nella mancanza di piacere nel curarsi nel look non solo per se stessi ma anche per il compagno o la compagna. Ogni coppia, per poter funzionare ha bisogno di due persone che continuano ad aver voglia di fidarsi, ridere, sostenersi a vicenda, essere oneste ed essere completamente sé stesse, senza l’eccessiva interferenza da parte delle famiglie d’origine. Una volta che ci accorgiamo che stiamo affacciandoci all’avvio di una crisi di coppia, le cose da poter fare sono due: innanzitutto cercare di capire la natura del disagio e conseguentemente agire. Questo vale sia che decidiamo di superare la crisi, col desiderio di sanare quei problemi che minavano la serenità per ripartire più forti di prima, sia se si dovesse decidere di lasciarsi definitivamente, in questo ultimo caso bisogna essere sicuri di questa decisione per non rischiare di pentirsi a lungo termine. In concreto: ritrovare il giusto modo di comunicare, accettando il pensiero dell’altro anche se non sempre uguale al nostro, imparare a gestire gelosia e possessività, essere sinceri senza pregiudizi, riscoprire la sfera intima e la sessualità di coppia, non voler aver ragione ad ogni costo, col rischio di discutere per delle banalità, ridere, giocare, divertirsi insieme ma ritagliarsi anche degli spazi di solitudine dove dedicare tempo ai propri passatempi senza riversare le frustrazioni sull’altro. Re imparare ad amare e lasciarsi andare per farsi amare dall’altro. Ci vuole consapevolezza e conoscenza di se stessi oltre che reciproca, per stare in una relazione. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: come trattare con le persone arroganti e prepotenti

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 08 June 2018

 

Come gestire le persone prepotentiA chiunque prima o poi capita di avere a che fare con persone prepotenti e arroganti, in ambito lavorativo e relazionale. Trattare con queste persone può renderci la vita molto difficile. Intavolare discorsi con queste tipologie di individui che solitamente ne approfittano, criticano sempre, sono senza scrupoli e quasi sempre pronti a sminuire chiunque, risulta molto spesso impossibile al punto da iniziare a percepire una sorta di timore nel reagire. Ecco perché è davvero fondamentale non farsi avvinghiare dalla ragnatela di questi personaggi e sapere come rispondere loro. Provare a porsi qualche riflessione sulle motivazioni che portano alcune persone a diventare prepotenti e litigiosi può essere un primo passo per imparare ad individuarle conoscendo i loro limiti e conseguentemente riuscire a “smontarle”. In genere trattasi di persone che vogliono prendere un vantaggio nella relazione, di qualsiasi tipo essa sia, per poterla gestire e manipolare a loro piacimento. È anche possibile però che queste persone scarseggino di autostima e che siano alla ricerca di attenzione per emergere. In altri casi potrebbe trattarsi di una forma di difesa che fa si che venga fuori la loro parte più aggressiva. Una sorta di: “tanto lo so che vuoi litigare alla fine di tutto e allora io anticipo la mossa e ti attacco per primo a priori!”. Chi viene “intrappolato” in questo malsano tentativo di comunicazione può reagire a sua volta in maniera disarmonica, aggressiva, stressata, da finire poi persino di sentirsi in obbligo nel dover chiedere loro pure scusa. Stiamo pur sempre parlando di esseri umani ai quali è fattibilissimo diventare “immuni” migliorando conseguentemente la qualità della propria vita. Alcuni piccoli spunti di riflessione in merito: fondamentale è non attaccare, impariamo invece a chiudere una conversazione che non ci sta portando in nessuna direzione e che rischia di diventare esplosiva. Questo non significa lassismo, anzi, altra mossa strategica sta nel continuare nel mantenere il controllo all’interno della comunicazione, definendo con chiarezza la nostra identità e le nostre opinioni, facendo sapere all’arrogante che vi sta ferendo e mancando di rispettando, mettendolo così nella posizione di assumersi le proprie responsabilità. Imparare a non fornire troppe spiegazioni, troppi dettagli a soggetti litigiosi e prepotenti che adopereranno tale materiale per attaccare. Al contrario, più saremo semplici e concisi, maggiormente saremo in grado di neutralizzare i loro attacchi. In ultima istanza, se ve ne fosse la possibilità, creare delle situazioni in cui un arrogante possa misurarsi con chi davvero ne sa oltremodo, sarebbe un’ottima maniera per zittirlo definitivamente, sgonfiando un po’ della sua saccenza da pallone gonfiato. Decisamente non è semplice gestire certe persone. Se possibile, si potrebbe evitare di frequentarli, laddove invece la cosa non è fattibile dovremmo provare a non essere troppo arrabbiati con loro ricordandoci che trattasi molto spesso di persone che mettono in atto dei veri e propri meccanismi di difesa dai quali non riescono ad uscire con troppa facilità. Stabilire con loro delle relazioni chiare, mettendoli dinnanzi alle loro responsabilità senza farci schiacciare come dei zerbini è decisamente una ottima strategia relazionale da poter mettere in atto. Parola di counselor!



Counseling con Ciabattoni Letizia: l'importanza di identificare i propri valori

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 18 May 2018

 

Imparare ad identificare i nostri valori è un processo importante poiché ci regala la possibilità di scoprire ciò che motiva profondamente le nostre azioni, ciò che dona senso alla nostra vita e alle nostre scelte, ciò che davvero è rilevante per noi stessi al di là dei giudizi esterni, delle paure e delle difficoltà che inevitabilmente incontreremo nel percorso della nostra vita. I valori rappresentano i nostri desideri più sinceri e profondi, quelli che ci permettono di perseguire i nostri obiettivi, dando ai nostri sforzi ragion d’esistere. Quando si parla di valori si parla di qualcosa di astratto eppure onnipresente senza appartenenza alcuna al tempo ma al presente attuale, al qui e ora. Si potrebbe asserire che i valori rappresentano metaforicamente la cornice, della quale, gli obiettivi e gli scopi rappresentano le tappe del cammino verso la realizzazione concreta e reale dei valori stessi. Ad esempio: essere un partner, un genitore presente e amorevole indica un valore, mentre “trascorrere più tempo insieme ai miei figli, al mio partner durante la giornata” rappresenta un obiettivo. Un altro importante aspetto dei valori sta nel fatto che essi sono del tutto personali e soggettivi, perfetti così come vengono identificati e percepiti da ognuno di noi. La consapevolezza dei nostri valori e l’impegno che mettiamo nel perseguirli, ci permettono di andare avanti nella direzione desiderata. I nostri valori sono come una bussola durante un viaggio: ci mostrano la direzione da seguire per raggiungere una certa meta. Occorre però imparare a riconoscere la priorità dei nostri valori. Evidentemente, se ne stiamo parlando, non è poi così semplice identificare i nostri valori personali. È però possibile conoscere i nostri valori guida con delle domande quali: cosa voglio veramente? Cosa voglio che la vita significhi per me? Che tipo di persona vorrei essere (nel lavoro, famiglia, amici)? Che tipo di relazioni desidero costruire nella mia vita? E molte altre domande simili. Poi ci sono gli ambiti nei quali identificare i nostri valori: nella famiglia che tipo di sorella/fratello, figlio/figlia, padre/madre vorrei essere? Che qualità vorrei che la mia famiglia possedesse? Nelle relazioni intime che tipo di partner desidero essere? Che qualità vorrei che avesse la mia relazione? Nelle relazioni di tipo amicale che tipo di amico/amica desidero essere? Cosa significa per me essere “un buon amico”? In ambito lavorativo che tipo di lavoro davvero vorrei svolgere, se mi trovassi in un mondo ideale? A livello di crescita personale quale percorso desidero fare? Che qualità personali, che conoscenze, abilità e competenze vorrei sviluppare? E così si potrebbe continuare per gli hobby, lo sport, il benessere fisico. S. Andreas, uno psicoterapeuta della Gestalt, famoso per il suo lavoro con le tecniche della PNL(Programmazione Neuro Linguistica), ha definito l’autostima come ”la capacità di agire in conformità con i propri valori”. Molto spesso infatti, quando non abbiamo chiari quali siano i nostri valori, sperimentiamo la sensazione di frustrazione e delusione nel riempire la maggior parte del nostro tempo in attività che davvero non sono importanti per noi. Vivere seguendo i nostri valori significa agire coerentemente con quello che secondo noi è il senso della vita, cosa è importante per provare una maggiore soddisfazione in quello che facciamo e di conseguenza una maggior sicurezza e sensazione di equilibrio interiore. Imparando a conoscere noi stessi, riscopriamo anche i valori che ci identificano e che ci rendono unici nel realizzare i nostri obiettivi senza sentirci oppressi dalla colpa o dalla frustrazione di intoppi, fallimenti o ripensamenti. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: la tenerezza: una emozione pro sociale

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 01 June 2018

 

La tenerezza, una emozione non considerata di base che si caratterizza per essere solitamente di bassa intensità e che comporta una commozione più o meno duratura ma pur sempre momentanea, in risposta a particolari situazioni relazionali. Tale emozione fa sì che si attivino dei contenuti mentali consistenti in una disposizione affettiva positiva, benevola, nei confronti dello stimolo che ha attivato l’emozione in sé. In particolare, si esprime come una disposizione affettiva, di mero contatto verso un’altra persona, oggetto o animale sul piano della vicinanza e del contatto fisico tramite la carezza, l’abbraccio, il senso esplicitato dell’esserci. Alcuni studi con partecipanti cileni e danesi, effettuati da Bloch ed i suoi colleghi (Bloch et al 1991, 1987;. Santiba’nez e Bloch 1986) hanno rilevato che la tenerezza è stata associata ad un esempio specifico di respirazione, di postura del corpo e di espressioni del viso, che erano diverse da quelle delle emozioni di gioia, rabbia, tristezza, paura ed eccitazione sessuale. In particolare, la respirazione diventa lenta, l’inspirazione e l’espirazione avvengono attraverso il naso e avviene una leggera pausa alla fine della espirazione. Il tono muscolare generale è rilassato, il busto è leggermente inclinato in avanti, la testa è inclinata lateralmente, c’è un leggero sorriso e lo sguardo viene diretto verso un oggetto. Santiba’nez e Bloch (1986) hanno anche scoperto che mentre la gioia, la rabbia, la tristezza, la paura e l’eccitazione sessuale producono un aumento della frequenza cardiaca, la tenerezza invece ne presenta una diminuzione. Data la qualità piacevole della tenerezza è possibile che le persone che segnalano questa sensazione riferiscono inoltre di provare gioia. E’ possibile che la gente usi la parola gioia per riferirsi a piacevoli sensazioni in generale ma, se richiesto, sia in grado di distinguere la gioia dalla tenerezza. In linea generale si tende a provare tenerezza verso quelle persone o verso quelle realtà percepite come deboli o indifese (ad esempio, i bambini, gli anziani, i cuccioli), oppure verso coloro a cui si è affettivamente legati a livello affettivo e amoroso. Molto espliciti i casi in cui la tenerezza può essere provata osservando l’interazione tra una madre ed il proprio neonato (sia nell’ambiente umano sia in quello animale, osservando l’adulto che si prende cura del proprio cucciolo). Possiamo allora definire due tipi di tenerezza distinti, in riferimento al tipo di legame che viene messo in gioco con l’altro, con l’oggetto della tenerezza: “tenerezza compassionevole o protettiva” e “tenerezza affettuosa o da vicinanza”. La tenerezza compassionevole o protettiva verso l’altro ci predispone ad un atteggiamento accudente, di amorevole attenzione. La possibilità di intenerirci verso qualcuno viene influenzata dal fatto che il suo comportamento possa essere valutato positivamente e non interferisca in nessuna maniera con i nostri scopi prioritari. Dal punto di vista della tenerezza affettuosa o anche detta da vicinanza le persone si collegano a tutti quei vissuti di affetto ed amore in riferimento ai nostri legami affettivi e amorosi in cui avviene un vero e proprio scambio di tenerezze, in cui il nostro personale senso di vulnerabilità ci spinge a ricercare la vicinanza, la presenza di qualcuno di cui ci fidiamo, sul quale possiamo contare e che si prenda cura di noi, facendoci così sentire protetti ed accuditi. In alcuni casi, provare tenerezza verso un’altra persona o verso noi stessi può essere addirittura ostacolata dal fatto che in quel momento ci sentiamo travolti ed immersi da pensieri critici o da emozioni quali la rabbia, la paura o il disprezzo (Cigoli, Genori, 2008).In altri casi ancora, la resistenza ad entrare in una relazione tenera, di vicinanza con l’altro, si potrebbe collegare ad una difficoltà ad entrare in contatto con tale emozione, finendo con l’inibirla del tutto. In alcune situazioni, in maniera più o meno consapevole, potremmo mettere in atto comportamenti di chiusura o di totale evitamento rispetto alla possibilità di vicinanza con un’altra persona a per timore di essere giudicati negativamente in termini di vulnerabilità, o per un disinteresse verso ciò che è “altro” da sé e che di conseguenza non suscita desiderio rispetto alle possibilità di una eventuale relazione. Nel complesso, la tenerezza è una emozione con valenza positiva, anche se di lieve intensità è funzionale al benessere individuale e sociale di relazione, in quanto incrementa la possibilità di comportamenti pro-sociali e di scambio reciproco. Non vi è nulla di cui sentirsi in imbarazzo o indeboliti nell’ego nel dimostrare o cercare momenti e gesti di tenerezza, essendo una emozione andrebbe riconosciuta ed esplorata per poter essere successivamente vissuta. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: chi va lento va sano e va lontano

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 11 May 2018

 

La fretta, da che mondo e mondo non è mai stata una buona consigliera, ecco perché la sua parente più prossima, la lentezza, merita davvero d’essere elogiata con una intera giornata ad essa stessa dedicata a livello mondiale. Milan Kundera (poeta, saggista dei primi del ‘900) cita: “c'è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo". Siamo nell’era della produttività rapida, in cui tutto si consuma immediatamente o quasi, in cui lavoro, reti sociali, stress e poco tempo per sé stessi la fanno da padroni. Questa odierna, può essere definita la società del "tutto e presto", società nella quale è assolutamente necessario concedersi un respiro profondo e disconnettersi dalla frenesia della vita quotidiana, ricordando l'importanza della riflessione e dei ritmi rallentati. Impariamo a fermarci un attimo, a tirare letteralmente il freno a mano per coltivare le nostre relazioni, i nostri interessi senza farci assalire dallo stress del tempo che scorre. Impariamo a riflettere, senza fretta sul nostro modo di affrontare il quotidiano. All’impazzata siamo propensi ad accumulare risorse di molti tipi, immemori che una delle risorse più preziose per l’umanità è il tempo che abbiamo a disposizione. Stiamo diventando dei veri e propri consumatori compulsivi del tempo, necessitiamo di riempire ogni singolo istante con il “fare cose” dimenticando che dovremmo riflettere sul come e non tanto sul cosa. Dare un senso al nostro tempo, vuol dire dare un significato a ogni nostra azione, goderne condividendo esperienze. Rallentando ritroviamo più tempo per pensare con lucidità al futuro, sognare, fare progetti e a prendere decisioni migliori e mirate. Rallentando riattiviamo il giusto ciclo sonno veglia, dormendo e riposando meglio, una necessità di base per noi esseri umani, saremo più lucidi e concentrati. Rallentiamo nel mangiare riprendendoci il tempo per pranzare e cenare scegliendo con più attenzione i cibi che ingurgitiamo e di vivere i pasti come un momento sociale piacevole nel caso essi vengano condivisi con gli amici, i colleghi o la famiglia. Smettiamola di fare i super eroi multitasking, soprattutto noi donne. Una cosa per volta, il mondo non casca. Infine troviamo il giusto tempo per fermarci a parlare con la vicina di casa, per passare del tempo di qualità con la famiglia, gli amici, mantenendo così vive le nostre relazioni sociali staccando dai continui doveri giornalieri. Chiudi gli occhi e goditi il post lettura di questo articolo, rilassati e rallenta i pensieri, vedrai che sarà piacevole trovare la tua centratura. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: quanto è sano sacrificarsi per gli altri

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 26 May 2018

 

Molto spesso sento parlare di persone che si identificano un po’ come dei “capretti sacrificali” per amore o per chiunque ricordi lentamente questo sentimento. La domanda che vorrei vi facciate sta nel capire se sia davvero giusto sacrificarsi per una persona a cui teniamo e fino a che punto sia sano sacrificarsi. Quando si crea una relazione che sia di coppia o amicale, dovrebbe essere scontato appoggiarsi sulle solide fondamenta di scambio e reciprocità. Nonostante questo sembra essere scontato, sono solita ad imbattermi in persone che si sacrificano troppo, che si annullano completamente per il partner, mettendo da parte loro stesse, rischiando pertanto, di costruire le basi per una relazione che soffoca e strumentalizza l’altro. Certo, mantenere un rapporto di coppia significa anche fare sacrifici e concessioni, addirittura ci sentiamo in dovere di fare un passo indietro, limitando così la nostra libertà per decidere in due. Questo è del tutto normale, ma è anche normale che quando arriva il momento di sacrificarsi sorgano alcuni interrogativi tipo: perché dovrei farlo? L’altro lo farebbe per me? Verrò ringraziato per questo sacrificio? Inoltre, il sacrificio include anche un problema di potere. Non va tralasciato il fatto che se si sacrifica sempre lo stesso soggetto, la cosa può divenire dannosa per il rapporto che, alla lunga, non potrà fare altro che arrecare infelicità e risentimento. Pertanto, anche se i sacrifici possono essere utili e permettono il consolidamento di un rapporto, è fondamentale sapere quali sono i limiti e quando arriva il momento propizio per dire no, per dare spazio alla propria assertività. Ma perché siamo così portati a sacrificarci fino allo stremo delle nostre forze, fino ad annullarci? Forse dovremmo provare a riflettere con l’idea svalutante che abbiamo di noi stessi, e di conseguenza se vi sia o meno una problematica nell’area della nostra autostima. La paura di essere abbandonati in amore molto spesso porta a vivere le relazioni affettive in maniera distorta, al punto tale da annullarsi per far felice l’altro. Se si ama e si è amati in modo “sano” l’altro o l’altra non chiederà di rinunciare a se stessa. Ricordiamoci inoltre che se non sappiamo amare noi stessi non riusciamo ad amare nessun’altro. Ecco perché sarebbe opportuno porsi alcune domande per capire se il nostro sacrificio sia o meno davvero eccessivo. Chiediamoci se davvero la persona per la quale ci stiamo sacrificando ne valga la pena, se trattasi di un rapporto relazionale sano e con delle proiezioni a lungo termine. Andrebbe ricordato a noi stessi di chiederci se l’altro o l’altra sarebbe disposto a sua volta a rinunciare a qualcosa per noi, se sarebbe o meno disposto a impegnarsi e investire nella relazione. Chiediamoci se gli altri stanno comprendendo che ci stiamo sacrificando per la relazione, che vi sia da parte loro del riconoscimento. Forse varrebbe anche la pena capire se potrebbe esistere una differente e migliore soluzione grazie alla quale nessuno debba rinunciare eccessivamente a qualcosa. Evidentemente nessuno dovrà imporci tale sacrificio, dovrebbe venire spontaneo con il consenso di entrambe le parti, all’interno di uno spazio per trattare una via di mezzo che renda felici tutte le parti in causa. Tutti questi quesiti dovrebbero farci intendere se stiamo pensando alla nostra felicità o solo quella degli altri, se siamo così accomodanti non per una strategia risolutiva ma semplicemente per allontanare il problemi o per mantenere una sorta di controllo ricattatorio sugli altri. Non dimentichiamo che ci sono sacrifici che generano felicità, ma ce ne sono altri che sono solo dei grandi errori. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: la pazienza si coltiva

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 04 May 2018

 

La pazienza si apprende, non è affatto innata, anzi la si sviluppa con la volontà del cambiamento. Bambini e adolescenti sono molto spesso impazienti, fanno i capricci, si sentono incollati alle seggiole per qualche ora al giorno mentre sono a scuola, eppure, nei giochi di squadra, nello sport, imparano a stare alle regole, a tenere a freno i loro impulsi stando fermi, attenti e scattanti né un attimo prima né un attimo dopo. Imparano facendo, errando nel saper attendere, nel trovare il giusto ritmo. Attenzione però a non confondere pazienza con pigrizia, apatia, rassegnazione, al contrario la pazienza è la mera capacità nel saper controllare la propria energia senza farsene travolgere, senza farle prendere il sopravvento, bensì indirizzandola a buon fine. Saper aspettare pazientemente è molto spesso una vera e propria arte da raffinare, trovando nuove strade che potrebbero portare al raggiungimento dell’obbiettivo. Di certo la frustrazione e la rabbia ci induce molto spesso a dare in escandescenza. Ecco perché se proviamo a guardare oltre, potremmo definire la pazienza come una questione di ritmo nostro e altrui. Rallentare ci rimette al centro, senza dimenticare la nostra vera natura, i nostri sogni, la gioia di godere appieno di ogni istante con stupore e meraviglia. Una storiella presa in rete, da autore purtroppo anonimo, perlomeno alle mie ricerche, narra quanto segue: “Un gruppo di trasportatori messicani portavano a mano varie apparecchiature per alcuni studiosi che dovevano svolgere ricerche in luoghi poco accessibili. A un certo punto i trasportatori si fermarono assieme, senza dire nulla. Gli scienziati si stupirono, poi si irritarono, quindi si infuriarono. I messicani sembravano in attesa di qualcosa. Poi d’un tratto si rimisero di nuovo in moto. Uno di loro finalmente spiegò agli scienziati che cos’era successo: “Eravamo andati troppo veloci e ci eravamo lasciati indietro l’anima. Ci siamo fermati ad aspettarla”. Detto questo, aggiungerei l’importanza della vita all’aperto, del contatto con la natura, con la terra e gli ormai noti benefici che tutto ciò apporta nel migliorare l’umore e ridurre lo stress. Prendersi cura di una pianta equivale al prendersi cura di sé. Non vi sono limiti, si può cominciare in qualsiasi momento della propria vita. Curare l’orto, un giardino o semplicemente delle fiorire in terrazzo, permette di sviluppare la capacità di gestire le frustrazioni poiché, se non si raggiunge il risultato tanto atteso, non si può far altro che imparare a sopportare gli insuccessi. L’utilità di tale attività di “gardening” sta nel fatto che per raggiungere dei risultati stabili e soddisfacenti, è necessario impegno, tempo e pazienza, come in molte altre attività utili al raggiungimento di un equilibrio mente-corpo. Ovviamente, in molte situazioni personali, non sarà sufficiente il giardinaggio, però, questa potrebbe davvero rivelarsi un’esperienza unica. Possiamo pensare alla nostra vita come a un giardino: i fiori sono i pensieri sani e flessibili, l’accettazione di sé e della propria “fallibilità”, invece, le erbacce sono il giudizio, l’evitamento e il perfezionismo (Willson e Branch, 2006). Va da se che per avere un giardino rigoglioso non è sufficiente interrare le piante preferite, bisogna invece innaffiare, concimare, tagliare le erbacce, preservare dagli inverni rigidi regolarmente. Non va tralasciato il fatto che molto spesso delle erbacce risultano essere molto resistenti, richiedendo così un duro lavoro costante e paziente. Infine, nel proprio giardino si possono provare nuove colture, nuovi accorgimenti per migliorare le infiorescenza, al pari delle proprie vite che necessitano di nuovi stimoli, nuove energie. Per ottenere fiori e frutti ci vuole pazienza e rispetto della ciclicità della vita. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: rispettare noi stessi per rispettare gli altri è fondamentale

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 06 April 2018

 

Il rispetto è tra alcuni dei principi sociali, civili e morali definiti come cardini della vita. Rispetto innanzitutto verso la persona che siamo e per gli altri. Decisamente non siamo stati creati per appagare le aspettative altrui, salvo vocazioni spirituali probabilmente, ecco perché è imperativo il rispetto per i nostri bisogni, delle nostre scelte, senza per questo dover trattare male gli altri, è solo che dobbiamo davvero imparare ad essere gentili e delicati verso la nostra persona, tutta, migliorando la maniera in cui ci trattiamo. Troppo spesso siamo gentili con gli altri e duri come sassi verso noi. Continuiamo a pretendere risultati svilenti, a prefiggerci obiettivi estenuanti senza rispettare le nostre tempistiche, forse perché non abbiamo ancora imparato a conoscerci davvero. Come potremo mai essere gentili con gli altri se non lo siamo con noi. Il vero altruismo è praticabile nel momento in cui siamo rilassati, dediti con amorevolezza, pazienza e comprensione alla nostra persona. Spesso sarà difficoltoso rispettarci dovendo deludere le aspettative altrui, dovremo imparare a dire quei sani no e imparare ad accrescere il nostro livello di autostima, poiché più alto è il nostro livello di autostima, più saremo in grado di rispettare gli altri, altri dai quali non dipenderemo, dai quali non ci attenderemo nulla di eclatante e che non potranno, oltre il dovuto, deluderci. Può sembrare un’ovvietà me ne rendo perfettamente conto, eppure non molto spesso ci adoperiamo nella messa in pratica di tale “perle di saggezza”. Sarebbe davvero efficace l’avere un atteggiamento positivo verso noi stessi riconoscendoci meriti, concedendoci il diritto di essere felici, di difenderci di fronte alle ingiustizie, di rivendicare i nostri spazi e di far sentire la nostra voce, essere fermamente convinti di meritare ogni singolo obiettivo raggiunto, rinforzando così la nostra autostima e responsabilizzandoci di ogni trionfo, di ogni decisione presa e perché no, anche di ogni errore commesso. Se adotteremo tali accorgimenti in primis con noi stessi di certo ci sarà meno arduo farlo con gli altri. Il rispetto non si compra e non si vende, ma nemmeno si regala: il rispetto si guadagna come mero atto scaturito da un senso di ammirazione. Rispettare vuol dire anche accettare gli altri per quello che sono, mostrandosi sensibili verso le loro necessità. Una persona manchevole di empatia è incapace di mettersi nei panni degli altri, difficilmente quindi riuscirà ad avvicinarsi emotivamente alle persone, dimostrando umiltà, tolleranza e rispetto. Tale tolleranza non andrebbe esternata solo verso gli “estranei” , bensì ancor più verso i nostri figli, i propri familiari, lasciandoli liberi di potersi esprimere e agire. Oltremodo, le coppie che fondano le loro relazioni sul rispetto reciproco, saranno con molta probabilità coppie nelle quali vi sarà maggiore armonia. Il rispetto è una virtù necessaria per il benestare dell’essere umano. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: quando il valore delle difficoltà fortifica la coppia

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 28 April 2018

 

Le relazioni, le storia d’amore sono non di rado composte non solo da gioie e sollazzi ma anche da momenti difficili. Non si tratta di percorsi tutte rose senza spine. Le difficoltà arriveranno, eppure si può trovare insieme anche il coraggio per affrontarle. Le redini della nostra relazione amorosa sono nelle nostre mani e non sono affidate al caso. Molto spesso, per paura delle spine, delle difficoltà, si cerca di evitare di amare, scelta al quanto comprensibile, visto che l’amore da una parte ci rende tanto forti da affrontare i dilemmi, gli ostacoli e i conflitti che potrebbero presentarsi durante il cammino, dall’altra ci rende piccoli, abbandona alla deriva le nostre fragilità. Chi ama si espone inevitabilmente al dolore, perché coloro che noi amiamo hanno anche la capacità di farci soffrire che questo sia volontario o involontario. Una delle primissime condizioni per superare le difficoltà nella vita di coppia è quella di non stupirsi se prima o poi arrivano. È un terreno per il quale un giorno o l’altro il nostro rapporto dovrà inevitabilmente transitare. Come può accadere in una scalata in alta montagna, quando si ha chiara la meta da raggiungere, le difficoltà non sono estranee all’impresa stessa, ne fanno parte, la sfida consiste per l’appunto nel mettere intelligenza e forza per superarle. Le difficoltà che si possono presentare nella vita relazionale di coppia possono essere causate dall’ambiente circostante, dai figli se ve ne sono e direttamente dalla coppia in se. La strada che mi sento di suggerire per superarle è quella dell’unità reciproca, della comunicazione senza astio e senza dita puntate le uno addosso alle altre e soprattutto l’accettazione dei limiti propri personali e della coppia in senso stretto. Per ambiente circostante mi riferisco a problemi di lavoro o economici, la malattia di un genitore, un incidente sgradevole a uno dei partner, battibecchi tra famiglie o tra amici. Il modo migliore di affrontarle è quello di inserire nella dinamica relazionale queste problematiche, dividendo le pene, poiché quando la “minaccia” arriva dall’esterno la si affronta assieme, ognuno contribuendo come meglio riesce e con le risorse a disposizione, unificando le proposte, le soluzioni e i chiarimenti necessari. Molto spesso queste difficoltà diventano un terreno particolarmente propizio sia per la crescita della coppia ma anche per quella personale grazie alla scoperta di risorse quali: fiducia, umiltà, resilienza, supporto reciproco. Quando i problemi provengono dai figli, la soluzione molto spesso è legata all’unità di coppia. Per lunghi periodi i figli possono trasformarsi in una continua sorgente di conflitti genitoriali. La prima condizione per dare sicurezza a nostro figlio è l’amore e il rispetto, laddove possibile, reciproco dei genitori, successivamente verranno i consigli, il dialogo, l’impegno reciproco, l’aiuto di specialisti e tutto il resto. Quando invece arrivano le difficoltà della coppia, della fase in cui la relazione si irrigidisce potremmo provare a renderlo nuovamente attuale, chiedendoci se sceglieremmo ancora la persona che amiamo, con l’umiltà e il perdono laddove è fattibile. Tutto ciò non equivale ad annullare sé stessi per il/la partner, significa invece ritrovare armonia come singoli individui in primis per poi riequilibrare la coppia, avendo l’umiltà di riconoscere i propri errori, l’umiltà di chiedere aiuto se necessario, l’umiltà di chiedere perdono, l’umiltà di concedere il perdono senza astio, in maniera comprensiva e l’umiltà di accettare di essere perdonati e quindi accettare le proprie fragilità e i propri limiti. Nulla di più complesso anche perché tutto parte da noi stessi, per poi estendersi alla coppia, alla famiglia, al resto del mondo, eppure non si sta discorrendo di nulla di impossibile se se ne ha la capacità di prenderne atto e consapevolezza. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: scoltando noi stessi riusciamo ad ascoltare anche gli altri

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 20 April 2018

 

Saper ascoltare è una vera e propria arte. L’ascolto ci permette, non solo, di entrare in contatto con gli altri ma anche con noi stessi, stimolando la comunicazione e l’empatia. Ascoltare senza interrompere, senza farsi tentare dalla voglia sfrenata di commentare o la presunzione di giudicare, è molto spesso difficile poiché equivale a prestare attenzione all'altra persona, presupposto per indossare i suoi panni, entrare in empatia con essa. Ecco perché a nostra volta ci fa sentire così bene sentirci ascoltati. Ecco perché, per migliorare la nostra capacità comunicativa e relazionale non basta esprimerci nel modo più corretto possibile ma occorre innanzitutto mettersi in ascolto. Saper ascoltare gli altri ci fa un gran bene perché ci permette di interrompere il nostro cosiddetto dialogo interiore, spesso fatto di ruminazione di pensieri, e sposta così l'attenzione da noi verso l'altra persona. Uscire dall'autoreferenzialità permette non di rado, alla nostra mente, di accantonare i nostri problemi in un angolino per fare spazio ad altri pensieri diversi, nuove prospettive. Goleman, psicologo americano, ci insegna che se ci concentriamo sugli altri il mondo si espande, e quando il mondo si espande nascono nuove idee, intuizioni e intenzioni. Mettersi in modalità ascolto significa però dedicare del tempo all'altra persona, del tempo di qualità, esclusivo: quindi sarebbe opportuno spegnere il cellulare, la televisione, il computer e tutto ciò che potrebbe essere di disturbo e distrazione quando è il momento di ascoltare quello che hanno da dirci: il partner, i figli o gli amici. Se elementi di disturbo interferiscono con l'ascolto, questo si fa frammentato, distratto, confuso. Non è vero ascolto. Andrebbe ricordato che l'ascolto può essere fatto anche di silenzi, senza commenti, giudizi, consigli (salvo ci vengano esplicitamente richiesti): a volte basta davvero una mano sulla spalla, un abbraccio per dire che siamo vicini all'altro. Ma essere bravi nell’ascoltare l’altro non esclude il fatto di ascoltare anche noi stessi, la nostra voce interiore che molto spesso ha molte cose da dirci. Saper ascoltare noi stessi equivale ad una sorta di sincronizzazione sulle nostre emozioni, captare i segnali che ci indicano con consapevolezza cosa vogliamo, di cosa abbiamo bisogno, cosa ci fa stare veramente bene e cosa sarebbe per noi meglio “abbandonare”. Basterebbe davvero poco per dedicare del tempo all’ascolto di noi stessi: troppo spesso assordati da infiniti suoni esterni diventiamo sordi ai nostri segnali interni, quelli provenienti dalla nostra mente, dall’intuito, dalle emozioni. Impariamo quindi a stare in silenzio, in quel silenzio fertile che ci permette di restare soli con noi stessi abbandonando il giudizio interno ed esterno. È così che si può arrivare a sviluppare la capacità di conoscenza e consapevolezza di noi stessi, con lo scopo ultimo di farci sentire persone più serene e appagate, giudici corretti e non troppo severi di noi stessi e probabilmente anche persone davvero libere di pensare e agire. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: anche la scienza riconosce i benefici fisici e mentali della gratitudine

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 24 March 2018

 

È proprio vero che la gratitudine ci rende presenti a noi stessi e capaci di vivere pienamente. Chi è grato, per indole o per apprendimento, tiene in grande considerazione gli altri, senza troppe aspettative. La grande psicologa Melanie Klain asseriva che: “la gratitudine è l’unica forma di pensiero che permette di superare l’invidia lasciando vivere sereni gli individui”. Fortunatamente pare che la gratitudine stia tornando in voga, al punto tale che molte ricerche a riguardo hanno prodotto prove e conferme di quanto essa sia fonte di benessere ed elemento importante di un buon funzionamento psicofisico. Fondamentale è fare un distinguo netto tra gratitudine e gratificazione, quest’ultima è la soddisfazione di un bisogno, mentre la gratitudine è un sentimento ben specifico, per alcuni aspetti molto simile all’amore, un sentimento che racchiude in sé piacevoli emozioni di cosiddetta leggerezza interiore e di riconoscenza verso sé e gli altri. La gratitudine equivale quasi sempre ad una visione positiva della vita, essa agisce sul nostro organismo come il pensiero positivo in generale. Il National Institutes of Health indica la gratitudine importante per la salute poiché produce cambiamenti del flusso sanguigno all’interno del cervello e maggiori livelli di attività nell’ipotalamo e flussi più elevati di dopamina. Non basta, la capacità di gratitudine aumenta il livello di vitalità, incrementa le emozioni positive e costituisce una protezione da stress e depressione. La bella notizia è che possiamo adeguatamente stimolare ed accrescere il senso di gratitudine. Quanti grazie sinceri e sentiti diciamo durante la giornata? Praticare la gratitudine equivale un po’ ad assumere in modo costante un atteggiamento di felicità ingiustificata per eventi o situazioni apparentemente usuali, banali: apprezzare per esempio il sole che tramonta, il profumo di un fiore, il cinguettio degli uccelli in primavera o semplicemente il nostro sentirci in forma. La gratitudine è una vera e propria operazione della mente: praticamente consiste nel riconoscere in ogni momento il valore di ciò che la vita ci offre. Cose a cui prima non davamo alcun valore adesso ce l’hanno e questo provoca la liberazione delle nostre emozioni. Imparare a riconoscere il valore di ciò che abbiamo, ci può far sentire “ricchi” e privilegiati. Il malcontento costante ci logora dentro, la critica e la lamentela diventano la colonna sonora che accompagna le nostre giornate. Criticare costantemente noi stessi e gli altri, ciò che non va bene, non ci renderà di certo felici. Nonostante ciò siamo molto restii alla gratitudine, la conserviamo stretta come se fosse da sfoggiare solamente nelle grandi occasioni o ce ne guardiamo bene con la convinzione che essa sia in stretta correlazione con il sentirsi in credito verso qualcuno. La gratitudine è l’esatto opposto del sentirsi in credito, del sentirsi spesso non abbastanza, di non avere o di non ricevere abbastanza. Tutte queste credenze sono fonte di grande sofferenza per ognuno di noi. Sarà colpa della pigrizia, della vita che attraversiamo a denti stretti e in maniera compulsiva o semplicemente per dimenticanza eppure, potremmo rallentare e guardare più in profondità, trovando sicuramente qualcosa d’interessante che non siamo ancora riusciti ad apprezzare. Se ci riflettiamo, la gratitudine non è poi un evento così isolato e straordinario bensì ci appartiene di base e può solo che farci bene, rendere a noi e agli altri apertura nel dialogo, conoscenza, intimità e calore. Riconoscere gratitudine prima in noi stessi, per noi stessi e per quello che valiamo è un passo fondamentale per riversarla verso l’esterno, verso gli altri. Buttiamo verso l’esterno per come ci ascoltiamo all’interno. Impariamo a conoscere noi stessi e le nostre immense potenzialità per riconoscere ed accogliere quelle che ci vorrebbero donare gli altri. Un processo non semplice ma del tutto fattibile. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: l’autonomia è un cambiamento molto importante

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 13 April 2018

 

Siamo in continua evoluzione, mai statici, sempre dinamici, in maturazione, tutti propensi al cambiamento e l’autonomia, di certo, è un passaggio tra i tanti, all’interno della nostra crescita personale. È nella nostra natura, solitamente, il desiderio di cambiare, di progredire verso la risoluzione dei nostri problemi, delle nostre fasi di stallo. Molto spesso ci sentiamo intrappolati nella incapacità di adottare delle strategie, delle soluzioni che ci fanno percepire noi stessi come in un peregrinare nel vuoto, in tondo, senza avere la percezione di vivere il presente e senza prospettiva alcuna nei confronti del domani. Non di rado, la convinzione dominante è: “da solo non ci riesco”, mera paura di non essere in grado di affrontare con le proprie forze, le proprie competenze e risorse, le situazioni che ci presenta la vita. Ed ecco che l’affermazione verso l’autonomia equivale a fidarsi dei propri pensieri, delle proprie emozioni e delle proprie percezioni, sentire il desiderio e il piacere di ascoltarsi per arrivare a prendere decisioni adatta a sé stessi, in maniera ponderata o semplicemente per vivere esperienze positive e stimolanti. L’autonomia non implica isolamento, difatti è possibile essere autonomi anche nelle relazioni con gli altri, liberandosi dal condizionamento che deriva dal senso del dover soddisfare a tutti i costi le aspettative di chi abbiamo intorno, concedendoci il lusso di rifiutare quello che non ci aggrada che non ci fa star bene. Autonomia è cugina di assertività, poiché significa poter esprimere e sostenere opinioni personali, farsi guidare dai propri gusti e dalle proprie preferenze, non di certo per mancare di rispetto o per ignorare il punto di vista altrui ma per dare valore al proprio. Le proprie idee non dovrebbero essere imposte, bensì condivise con l’altro, avendo fiducia che non siano sbagliate o inaccettabili. Spesso, a causa di esperienze passate nelle quali siamo stati criticati o rimproverati, ci sentiamo propensi alla chiusura verso l’ambiente circostante, sviluppando così sentore di sfiducia di poter essere apprezzati dagli altri in un momento di interscambio di idee. Una necessità di controllo degli eventi individuati come minacciosi per noi stessi potrebbe rendere molto difficile la percezione di efficacia personale, aumentando così per assurdo i comportamenti dipendenti nelle relazioni e sfavorendo la riscoperta di desideri, bisogni, scopi soggettivi. L’accrescimento della propria autonomia, della propria indipendenza è un processo che non può avere come altro risultato un incremento del proprio benessere emotivo, della sensazione di poter finalmente agire anche da soli, potendo contare sulle proprie competenze essendone fermamente convinti. L’esplorazione di noi stessi è un processo in continua espansione e mai arrestabile, sta ad ognuno di noi investire nel nostro potenziale, incuriositi dalle innumerevoli sfaccettature personali e di quanto potenziale nascosto ci appartiene. Nulla è semplice ma tantomeno impossibile. Per maturare abbiamo necessità di sentirci autonomi e sicuri nella esplorazione di noi e del mondo che ci circonda. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: condividere gioie e dolori ha molti benefici

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 16 March 2018

 

Oggigiorno è molto più rapido e semplice il processo di condivisione delle nostre attività quotidiane, degli incontri che ci capitano e ancor più delle emozioni, positive o negative, provate in determinate circostanze piuttosto che in altre. Riusciamo a condividere le nostre vite praticamente in tempo reale. Eppure siamo davvero così onesti con noi stessi e con gli altri nel condividere i nostri insuccessi, le nostre tristezze, paure? In tale circostanze tendenzialmente proviamo a nasconderci dalla vista degli altri e molto spesso da noi stessi. Tutto quello che ci appartiene ma che non fa sorridere, applaudire e ricevere un trilione di “mi piace” dagli altri, tutto questo va celato, camuffato come si fa con un livido che si tenta di coprire con del trucco. La sofferenza e la tristezza vengono percepiti da noi stessi in primis e dagli altri come un virus letale che potrebbe contagiare il resto dell’umanità e soprattutto che ci potrebbe rendere meno attraenti e piacenti agli occhi altrui. Ecco che a fatica condividiamo il nostro personale dolore, col rischio di percepirci sempre più soli e isolati dalla realtà sociale circostante. Mai nulla di più errato poiché il dolore condiviso ed esternato non solo riesce in buona parte ad essere eliminato ma a far percepire intorno ad ognuno di noi la presenza empatica degli altri che potrebbero comprenderci, sostenerci e ancor di più raccontarsi a loro volta, in una sorta di scambio, nel quale ognuno ha qualcosa da prendere e imparare. La condivisione di vissuti, aneddoti, esperienze personali, lavorative o relazionali creano della vera e propria intimità autentica tra noi e gli altri poiché in questi momenti di condivisione tendiamo a deporre le nostre maschere e a mostrarci fragili e autentici per come davvero siamo. Imparare ad esprimere le proprie emozioni, i propri pensieri, le proprie esperienze personali ci insegnano a comunicare e ad ascoltare non solo gli altri ma noi stessi, le nostre parti più celate, permettendoci di approfondire la conoscenza reciproca e anche facendo tesoro dei punti di vista altri, distanti avvolte dal nostro mondo autoreferenziale. Condividere equivale a mettere in comunione, adagiare al centro della tavola imbandita qualcosa di noi che potrebbe essere di supporto a qualcuno distante da noi e renderci liberi di poter scegliere se “abbandonare” o meno quello che mettiamo alla mercé di chi crediamo ne sia degno. Solo nel confronto sviluppiamo nuove prospettive e punti di vista che potrebbero forse un giorno tornarci utili. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: il silenzio ha l'oro in bocca

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 23 February 2018

 

Sempre meno abituati al silenzio, rischiamo di perdere di vista noi stessi: chi siamo e cosa davvero vogliamo. Molto spesso riusciamo a raggiungere noi stessi solo in assoluto silenzio, rivolgendo lo sguardo verso il dentro, abbandonando ogni certezza che possediamo e lasciando-ci s-correre. Sempre meno, oggigiorno, riusciamo a tollerare il lungo silenzio. Si vive l’assenza di suoni come una sorta di digiuno forzato al quale non siamo propensi e tantomeno addestrati. Molte persone vivono il silenzio come un abbandono a loro stessi, una solitudine mostruosa. Eppure il silenzio è molto altro. È vuoto fertile, vuoto attivo, costruttivo. Il silenzio è creativo. Indice di incontro, ricerca, introspezione, dialogo con la nostra voce interiore. Riusciamo a pensare davvero, solo quando restiamo in silenzio verso l’esterno anche se dentro di noi vi è una sinfonia di pensieri. Vi sono differenti tipologie di silenzio: quello pieno di solitudine e quello così affollato da impedire alla bocca di pronunciare tutte le parole che si vorrebbero vomitare. Poi c’è il silenzio di chi ritiene di aver parlato troppo e che crede che aggiungere altre parole servirebbe solo ad aumentare la propria frustrazione da incompreso o inascoltato. C’è un tipo di silenzio considerato riflessivo, quello che fa da sottofondo alle scelte da fare. C’è il silenzio di chi attende impaziente quelle scuse che non arriveranno mai. C’è un silenzio che fa davvero paura, il silenzio pieno di rabbia; quello della superbia, quello timido e insicuro. Tacere, in certe occasioni non è una scelta ma l’ultimo tentativo di salvarsi, di urlare in silenzio per richiamare l’attenzione di chi è troppo distratto per ascoltarci. Detto ciò, sviluppare un buona relazione con il silenzio, senza fare nulla, senza pensare troppo, per migliorare il rapporto con noi stessi è difficile ma non impossibile. Migliorare questa intimità tra noi e il silenzio, vivendo senza paura, sentendosi a nostro agio con i nostri pensieri e le nostre emozioni è un ottimo obiettivo da raggiungere. Alcuni tra i più grandi terapeuti e Counselor asserivano (F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman, 1951, 94-95) che: “L’individuo capace di tollerare l’esperienza del vuoto fertile, sperimentando fino in fondo la propria confusione e che riesce a diventare consapevole di tutto quanto richiama la sua attenzione avrà una grande sorpresa, vivrà probabilmente un’esperienza “Ah, ah!”; all’improvviso apparirà una soluzione, un insight fin ad ora inesistente, un lampo di comprensione o percezione. […] C’è una sola via attraverso cui possiamo contattare gli strati più profondi della nostra esistenza, ringiovanire il nostro pensiero e raggiungere l’intuizione “Il silenzio interno””. Mai vi fu verità più assoluta. Proprio in queste giornate il candore della neve che ricopre il mondo come di una realtà ovatta, può regalarci la possibilità di riscoprire il silenzio senza frenesia. Nutriamoci di silenzio anche attraverso l’arte della musica o della poesia, arti nelle quali gli spazi e i silenzi sono oltremodo necessari. Il silenzio ci permette di creare degli spazi all’interno di ognuno di noi che sono vitali per la nostra vita, spazi indispensabili per poter entrare in contatto con il nostro vero io. Ri-guardiamoci nel silenzio cercando di dare spessore agli eventi che ci sono accaduti durante la giornata. Nella quiete, possiamo ri-scoprire il qui e ora. Imparando a restare con serenità nel silenzio fertile, creativo, pieno di contenuti riusciremo a rimettere in sintonia le parti di noi che quotidianamente discutono sul da farsi con la possibilità di gestire al meglio i nostri conflitti interiori ed esteriori. Ora, la neve cade, godiamone i benefìci, sssschhhh….SILENZIO! Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: il potere può essere gestito, basta prepararsi

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 09 March 2018

 

Sono diversi gli studi che ormai negli anni asseriscono che chi detiene il potere tende spesso e volentieri a convincersi di avere un controllo sugli esiti degli eventi. Che si tratti di leader politici o manager d'industria, chi detiene il potere tende troppo spesso a sottostimare i costi in tempo, denaro, mezzi e vite umane che sono indubbiamente necessari per raggiungere un certo obiettivo. Inoltre potremmo citare un paradosso: prepotenza, ostinazione, manipolazione e cinismo possono perfino rivelarsi utili nelle battaglie per la conquista del potere, che sono spesso logoranti, sleali e feroci. Ma effettivamente esistono dei “consigli” per le persone cosiddette potenti interessate a non perdere le loro capacità empatiche? Il primo indubbiamente è quello di cercare di non sentirsi potenti, dato che in realtà il potere è prima di tutto uno stato mentale. Secondo uno studio pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista Journal of Finance, si pensa che il ricordo della propria impotenza, o viceversa quello della propria supposta invulnerabilità, abbia un ruolo nel modo in cui le persone si sentono più o meno potenti. Questo sta ad indicare che il potere ben gestito esprime anche costruttività e non solo oppressione. Si tratta del "potere di" e non del "potere su" cioè quella caratteristica dell'essere umano che lo spinge a plasmare, a rendere capaci di, non solo a padroneggiare. Il potere in effetti è un tipo particolare di relazione degli esseri umani con gli altri, col mondo e con se stessi. Le fonti di potere ad oggi riscontrate possono essere di seguito elencate senza priorità alcuna tra l’una e l’altra, partendo da potere tipico dovuto ad un incarico professionale o istituzionale, a un potere tipicamente empatico e dovuto a carisma sociale spiccato, tipicamente questo tipo di potere viene più affibbiato che cercato di proposito e spesso si rivela un’arma a doppio taglio in veste di responsabilità e mancanza di saper rifiutare o declinare una richiesta. Ricordiamo il potere fisico, quasi schiacciante e dittatoriale fino a non dimenticare il potere delle nostre menti che racchiude l’insieme dei poteri dei sentimenti, dell’intelligenza emotiva, mentale e dell’intelligenza razionale, il potere del vero magnetismo e della vera autorevolezza. Quest’ultima tipologia di potere è del tutto soggettiva. Imparare ad essere padroni del nostro cambiamento, decidendo in che modo vogliamo renderlo fattibile e iniziando a immaginarcelo con la grande consapevolezza di credere in noi stessi e nelle nostre capacità. Imparare ad immaginare noi stessi a colori vividi, pieni di fiducia e forza, padroni della persona che vogliamo essere è il più grande potere che abbiamo e che possiamo imparare a gestire senza paure e senza sensi di colpa in merito al non sentirci adatti o in diritto di classificarci potenti. Il potere che meritiamo e che d’altro canto ci schiaccia se lo subiamo dall’esterno è una bilancia di delicato equilibrio tra autostima e assertività, tutte espressioni presenti in ognuno di noi, magari in misura differente eppure del tutto rivendicabili e alle quali è possibile attingere per noi stessi e il nostro benessere personale. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: denaro e autostima sono amici intimi

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 17 February 2018

 

Il tipo di rapporto che abbiamo con il denaro non è questione semplice da affrontare e da accettare. Spesso ci identifichiamo nel denaro e in maniera inconsapevole diamo ad esso lo stesso valore che diamo a noi stessi. In soldoni, il denaro ci dice molto di noi. Che sia indispensabile, utile e che faccia comodo avere un conto corrente bancario in positivo anziché in rosso, sono senza ombra di dubbio tutte verità del tutto indiscutibili e comprovate a livello individuale e sociale, eppure esso è anche una mera energia, è il valore che diamo alle cose, è ciò che ci permette di acquistare qualcosa o qualcos’altro, quindi ci rende liberi di scegliere. Molti di noi fanno ad esempio fanno fatica a farsi riconoscere le proprie prestazioni professionali, credono di chiedere troppo e questo perché, molto probabilmente hanno un valore poco alto delle loro potenzialità. E cos’altro è questo valore personale che ci attribuiamo se non autostima? Molte ricerche sociali ed antropologiche hanno dimostrato negli anni che le persone con maggiore difficoltà con il denaro sono quelle che hanno bassa autostima e non credono in loro stesse. Persone profondamente convinte di non meritare qualcosa di valore, di non meritare una vita ricca e appagante, non solo dal punto di vista economico, anche da quello relazione, sociale e culturale. Spesso trattasi di persone che sono cresciute con delle credenze familiari ben radicate riguardo al fatto che: il denaro è “sporco” oppure riservato a pochi privilegiati baciati dalla dea bendata. Cambiando la visione che abbiamo di noi, iniziando ad imparare a togliere i cosiddetti blocchi profondi che minano le nostre competenze, potremmo iniziare a ricevere o almeno ad avvicinarci a ciò che meritiamo veramente. Entriamo nello specifico degli studi effettuati in merito a tale dualismo: Goldberg e Lewis (1978) suggerirono, negli ormai lontani anni 70/80 che il denaro si rapporta alle emozioni per quattro ragioni: rappresenta la sicurezza, rappresenta il potere, può essere considerato un sostituto affettivo e comporta sentore di libertà di scelta. Recentemente vi è un crescente interesse per i valori sociali ed emotivi collegati al denaro, appresi nei rapporti familiari durante l’infanzia (Mumford e Weeks 2003). Inoltre, si tende a ritenere, in quest’era, che i comportamenti nei confronti del denaro non siano comportamenti isolati, ma facciano parte integrante della persona nel suo complesso: le persone che risparmiano ad esempio possono avere tendenza a “risparmiare” anche i complimenti, le manifestazioni di affetto; altre persone pensano che il denaro equivalga all’amore, nel senso che la quantità di denaro speso per una persona debba essere proporzionale alla quantità di amore che se ne riceverà in cambio. Infine, molti studi hanno messo in luce le differenze di genere nell’uso del denaro a causa di stereotipie più o meno veritiere di tipo sociale, come ad esempio il fatto che le donne guadagnano meno soldi rispetto agli uomini, che più spesso degli uomini sperimentano lunghi periodi di dipendenza finanziaria da altre persone e altri “miti” simili. Un recentissimo studio (Furnham et al. 2015) condotto in Europa durante il periodo di crisi economica, ha utilizzato un ampio campione della popolazione per indagare le differenze di sesso sulle credenze relative al denaro e relativi comportamenti. Ad esempio: il fattore generosità, o associazione del denaro con l’amore (ci si riferisce dunque al regalare, al comprare per un’altra persona, in segno di affetto e di amicizia) ha ottenuto punteggi, nelle donne, molto più elevati rispetto al punteggio maschile, poiché pare sia emerso che lo shopping fatto per ragioni affettive sia gratificante per le donne, tanto che si è parlato di “terapia dello spendere”. Per gli uomini invece, molto più che per le donne, il denaro sembra rappresentare senso di potere e di libertà e la concreta possibilità di raggiungere gli obiettivi desiderati. Ora, che siamo più o meno inclini ad uno dei pre-giudizi stereotipati confermati da tale ricerca, chiediamoci davvero se l’essere formica o cicala sia una scelta del tutto consapevole o se invece vi siano dei retaggi familiari ed educativi dietro a tutto ciò e quanto davvero diamo valore a noi stessi in quanto meritevoli di ricchezze: economiche, relazionali, emotive, creative, culturali. Una risposta la troveremo certamente se impariamo a soffermarci nell’ascoltare noi stessi e le nostre emozioni. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: impariamo a vivere le emozioni consapevolmente

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 03 March 2018

 

Le emozioni sono reazioni spontanee che ognuno di noi ha come risposta a situazioni stimolo in cui siamo particolarmente coinvolti, sono un segnale ed, in quanto tale, ci sono utili. Per molti anni la società ha considerato le emozioni come qualcosa di negativo, questo perché molto spesso esse vengono associate a reazioni imbarazzanti o drammatiche, come diventar rossi davanti a tutti, scoppiare a piangere, aver comportamenti aggressivi e violenti. Fortunatamente però esse non sono né buone né cattive, né positive né negative, ma piuttosto, utili. Dipende tutto dall'uso che ne facciamo e da quanto siamo in grado di accettare il fatto che fanno parte di noi (emozioni primarie quali: rabbia, paura, gioia, tristezza) e che ci identificano a livello personale (emozioni secondarie: vergogna, colpa, invidia, orgoglio, rimpianto). Evidentemente esse possono essere distinte in piacevoli (felicità, soddisfazione, gioia) e spiacevoli (paura, tristezza, rabbia, preoccupazione..) ed il vero problema consiste nel saperle gestire. La prima cosa da fare sta nell'imparare a riconoscerle, proprio mentre si stanno manifestando. E questa capacità va allenata sin da piccoli. Conoscere, capire e riconoscere le nostre emozioni ci può aiutare a restare in contatto con i nostri bisogni e ad avere comportamenti che siano coerenti con noi stessi. Proviamo a vivere le emozioni come una guida per la realizzazione di noi stessi e per comprendere meglio gli altri. Ancora prima di riconoscere le nostre emozioni sarebbe molto utile sentirle, lasciarle defluire senza soffocarle, entrando in contatto con esse. Non è decisamente un lavoro semplice, almeno non lo è per chiunque ma ci si può provare, da soli o con l'aiuto di qualcuno. Ciò potrebbe aiutarci a prevedere in futuro le nostre reazioni, evitando conseguentemente di sentirci in balia degli eventi e di noi stessi in maniera del tutto passiva. Il primo passo da fare potrebbe essere quello di stilare una lista quotidiana delle emozioni che abbiamo provato, in secondo luogo potremmo tentare di sfatare la convinzione che le emozioni ci piovano dal cielo, o che siano gli altri e le situazioni che ce le facciano provare. Non sono gli altri ad avere il potere di farci arrabbiare o di farci sentire felici, siamo noi che ci sentiamo arrabbiati oppure che proviamo gioia. A dimostrazione di questa affermazione vi è la prova che ad una stessa situazione, persone diverse possono associare pensieri e reazioni emotive diverse. Un altro passo importante consiste nell'allenarci a sostituire i pensieri negativi con altri pensieri positivi per il semplice motivo che qualsiasi situazione viviamo è sottoposta a nostri “commenti” e considerazioni interiori che influenzano a loro volta le nostre emozioni. Certe volte, alcuni nostri pensieri sono difficili da individuare poiché sono diventati talmente automatici e abituali da sfuggire letteralmente alla nostra consapevolezza. Questo ci può dare alla lunga, l’impressione di aver reagito “emotivamente”, senza aver riflettuto. Un’altra ragione per la quale a volte è difficile individuare i nostri pensieri è dovuta al fatto che confondiamo i pensieri con le emozioni. Abbiamo acquisito il nostro modo specifico e personale di pensare tramite l’esperienza e cambiare modo di pensare è come voler cambiare certe abitudini radicate nel profondo. Eppure è possibile, ovviamente non sono da mutare tutti i nostri modi di pensare, basterebbe farlo solo con quelli che ci portano ad avere con frequenza ed insistenza emozioni intense e spiacevoli. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: qualche consiglio su come tenere a bada i prepotenti

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 10 February 2018

 

Che trattasi di persone prepotenti, aggressive o litigiose, il focus non cambia: sono personaggi che spesso e volentieri ci rendono la vita difficile e stressante. Che si trovino nel contesto lavorativo piuttosto che in quello familiare e amicale, possiamo tenere a mente alcune strategie efficaci per poterli gestire quando ci ritroviamo coinvolti a discorrere con essi. Innanzitutto possiamo asserire con estrema sicurezza che non è del tutto difficile riconoscere una persona abitualmente prepotente, eppure alcuni segnali potrebbero essere più pregnanti di altri: tendono a monopolizzare la conversazione utilizzando toni arroganti e aggressivi, non rispettando i turni di parola, puntano spesso il dito e molto altro ancora. Allora come potremmo comportarci con queste persone? Di certo potremmo adoperare alcune mere accortezze comunicative con lo scopo ultimo di ridimensionare il “potere” di queste persone all’interno della relazione riuscendo anche a tramutare l‘aggressione in cooperazione e la sottomissione in rispetto. Tentar non nuoce. In primis manteniamo la calma affinché non l’abbiano vinta loro: respirare, prendersi qualche secondo in più per riflettere sulla risposta migliore da dare magari anche dicendo “devo pensarci”. In breve, mantenere il self-control aiuterà a gestire meglio la situazione. Ma non basta, imparare a mantenere le giuste distanze anche non concedendo troppo tempo ai prepotenti. Il proprio tempo è troppo prezioso per sperperarlo in sterili discussioni. In ultimo ma non per questo meno importante, va ricordato che abbiamo il dovere di pretendere il nostro diritto di essere trattati con rispetto, di potere esprimere liberamente la nostra opinione, di scegliere le nostre priorità e di agire di conseguenza per soddisfarle senza impedimenti altrui, di dire “no” senza sentirci in colpa insomma di crearci una vita felice e sana, circondata il più possibile da persone valide e costruttive. Se troviamo difficoltà in questo, confidarsi con chi risulta essere estraneo alla relazione tra noi e il o la prepotente può risultare un’ottima strategia. Siamo gli artefici della nostra felicità. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: affrontiamo le delusioni con ottimismo e sorrisi

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 03 February 2018

 

Inutile negare quanto sia faticoso scherzare in un momento pregno di delusione, eppure le migliori armi per sconfiggere una delusione (amorosa, amicale, professionale o personale) sono ottimismo e buon umore. Una delusione è decisamente un processo lungo e difficile da affrontare ma non di certo impossibile da superare. Tolstoj scriveva : “Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza”. Ci vuole tempo per far tornare il sorriso sui nostri volti e ci vuol pazienza per ritrovare l’ottimismo. Le delusioni sono fonti di cambiamento e se decidiamo di ristagnare all’interno di esse potremmo rischiare di venir intrappolati dal buco nero dell’arrendevolezza, della solitudine, della sfiducia e della mancata stima in noi stessi oltre che in quella altrui. Impariamo ad allontanarci dalle amarezze, sfuggiamo ad esse a passo d’amor proprio. Dopo una delusione perdiamo l’allegria, la voglia e la forza di fare, anche se continuiamo ad alzarci ogni mattina, ci muoviamo come degli automi arrugginiti a causa delle tante, troppe lacrime versate. È in queste situazioni, quando ci manca la volontà, che è necessario ritrovare il sorriso e tanto amor proprio. Spesso la delusione equivale alla rottura di una certezza che ci sfugge tra le mani e che ci fa sentire anche un po’ responsabile per: come ho potuto dare per scontate certe cose? Come ho potuto fidarmi? Errato, non tutto dipende da noi. Non tutto può essere da noi previsto, pianificato e prevenuto. Accettiamo e basta, senza proiettare la colpa su noi stessi o su qualsiasi altra persona ci capita a tiro. Sarebbe utile fermarsi alle piccole delusioni ancor prima che si tramutino in veri e propri schiaccia sassi. Esprimiamo quello che ci infastidisce al momento opportuno e non quando è troppo tardi. Non dimentichiamo l’obbiettività nell’accettare che siamo fallibili e quindi riceviamo delusioni e anche se involontariamente ne arrechiamo. I luoghi, le persone e le circostanze che non ci regalano più nulla vanno riciclati, evitati o addirittura abbandonati se necessario. Credendo nelle nostre innumerevoli risorse, la nostra mente ci condurrà fuori dal torpore della delusione, con dignità, con il desiderio di rinnovare le nostre ambizioni. Non durerà per sempre. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: il burn-out, quando il passaggio tra lavoro e vita privata risulta emotivamente inquinante

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 13 January 2018

 

Trattasi, il burn-out, di una mera malattia, la quale, secondo Marshall, si identifica come: “una perdita di interesse vissuta dall’operatore verso le persone con le quali svolge la propria attività (pazienti, assistiti, clienti, utenti, ecc), una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in persone che, per professione, sono a contatto e si prendono cura degli altri. Il contatto costante con le persone e con le loro esigenze, l’essere a disposizione delle molteplici richieste e necessità, sono alcune delle caratteristiche comuni a tutte quelle attività che hanno obiettivo professionale il benessere delle persone e la risoluzione dei loro problemi, come nel caso di medici, psicologi, infermieri, insegnanti, ecc..”. Trattasi, ahinoi, di una sindrome in costante aumento tra i lavoratori, tra i quali vengono annoverati i liberi professionisti o dipendenti, l’avvocato, il ristoratore, il politico, l’impiegato delle poste, il manager, la centralinista, la segretaria, l’insegnate, l’educatore, il poliziotto, il vigile del fuoco, l’infermiere, il medico e molti altri. Esso, viene considerato, da molti studiosi, non solo un sintomo di sofferenza individuale legata al lavoro bensì anche un problema di natura sociale, causato da dinamiche sia sociali, sia politiche che economiche. Troppo spesso, i contesti lavorativi richiedono alle persone una eccessiva “dedizione” e impegno, sia in termini economici sia in termini di risorse emotive e mentali, mettendo in secondo piano i valori personali rispetto a quelli lavorativi e aziendali, senza pensare alla continua precarietà contrattuale, la remunerazione eccessivamente al ribasso rispetto alla professionalità richiesta e al poco riconoscimento meritocratico, con scarse possibilità di crescita carrieristica, sono tutti fattori che incidono in maniera feroce sullo stress dei lavoratori. La questione diviene ancor più critica nel momento in cui le tensioni, le frustrazioni lavorative vengano trasportate nella vita privata, con conseguenze fisiche e mentali spesso molto serie. Rabbia, aggressività e apatia vengono spesso riversate in famiglia, sui partner, sui figli, fomentando così un crescendo di tensioni a non finire. Innanzitutto va detto che non è sempre facile riconoscere e riconoscersi il burn-out. Troppo spesso si tende a far ricadere la colpa del proprio malcontento e malumore alla persona in sé e non al contesto lavorativo nel suo insieme. Ancora molti datori di lavoro ignorano tale problematica, dimenticando che tale sindrome, non solo incide sul singolo lavoratore ma può avere pesanti ricadute sull’intera economia aziendale e organizzativa. Decisamente, un’organizzazione che agisce a sostegno dei propri dipendenti, investendo in figure professionali competenti in materia, è un’organizzazione forte. Ma cosa posiamo fare noi in mnaiera individuale? Spesso le persone possono avere difficoltà a rivolgersi ad un professionista per farsi aiutare, ciò a causa sia di pregiudizi personali, culturali e sociali verso la categoria di professionisti che si occupa di tali problematiche, sia perché spesso non sanno davvero a chi rivolgersi. Potrebbe però essere utile imparare a prevenire il burn-out semplicemente riducendo gli aspetti negativi presenti sul proprio posto di lavoro, ma anche tentando di aumentare quelli positivi. Tra le varie azioni possibili a livello individuale possiamo citare: porsi degli obiettivi realistici, variare la routine, fare delle pause, prevenire il coinvolgimento eccessivo nei problemi della vittima, favorire il benessere psicologico e bilanciare frustrazione e gratificazione, applicare tecniche di rilassamento fisico e mentale, separare lavoro e vita privata, per evitare la propagazione del malessere nella vita familiare. A livello sociale invece sarebbe molto utile il: rafforzamento della relazione con amici e familiari allo scopo di compensare i sentimenti di fallimento e frustrazione legati alla vita lavorativa; rafforzamento delle relazioni positive con altri colleghi da cui possono derivare riscontri positivi, sostegno, utili confronti. Vi sarebbero ovviamente molte azioni anche a livello istituzionale e organizzativo da mettere in atto ma non è questa la sede per discuterne, poiché personalmente, qui ed ora è mio interesse che ognuno di noi impari a gestire le proprie risorse nella maniera migliore, affidandosi alle proprie competenze. La strada da percorrere è certamente ancora lunga e tortuosa ma molto è già stato fatto negli ultimi decenni. Sta a noi riconoscere i campanelli d’allarme soggettivi che il nostro corpo, la nostre mente, ci rimandano quotidianamente per porvi rimedio in maniera anticipatoria, se possibile. Altrimenti possiamo sempre affidarci agli esperti del benessere. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: accettando la realtà ci semplifichiamo la vita

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 27 January 2018

 

Riconoscere la realtà per quello che è, senza dover necessariamente cambiare quanto stiamo vivendo, può aiutarci a ridurre lo stress. Il segreto sta nell’imparare ad accettare le cose “difficili” che ci capitano quotidianamente, gestendo le emozioni invece di reagire in preda ad esse. Non possiamo di certo cambiare gli accadimenti ma possiamo invece cambiare il nostro modo di reagire ad essi. Il punto focale sta nel fatto che spesso e volentieri, se non addirittura sempre, desideriamo qualcosa di diverso da quello che stiamo vivendo, innescando così una sorta di lotta alla realtà. L’accettazione, a differenza della rassegnazione, è tutt’altro che un atteggiamento passivo, è un modo per cambiare come ci sentiamo, modificando quello che pensiamo e come reagiamo alle situazioni. Se non accecati da rabbia, ira, disperazione o ansia, possiamo vedere più chiaramente la situazione che stiamo vivendo, trovando eventuali soluzioni in modo più creativo, equilibrato e flessibile, senza deturpare la nostra autostima e senza demolire chi ci sta attorno. Non si può di certo stimare bene se stessi se non si è innanzitutto sinceri con se stessi. Ecco perché uno dei passi da fare per accedere all’autostima è correlato all’accettazione di sé e degli altri per come siamo, senza aver la pretesa di cambiare pelle a tutti i costi. Ma per accettarsi, come più volte vi ho ripetuto, andrebbero superati i porticati oscuri che temiamo di aprire, per paura di confrontarci con la parte di noi più sconosciuta. Eppure, per fare amicizia con se stessi andrebbero conosciuti i propri limiti, le proprie paure, accettandoli di buon grado, interiorizzando il tutto con consapevolezza. Questo processo può essere realizzato solo concedendosi una pausa, uno stop nel quale non sentire la necessità estrema di dover agire ad ogni costo bensì lasciando stare, lasciando defluire. L’accettazione è una scelta a cui possiamo far ricorso più e più volte durante la nostra giornata, col beneficio di sentire le tensioni che si allentano. Prendersi cura di sé, imparare ad essere pazienti, senza dover subire il senso di frustrazione o di colpa, scegliendo che taluni situazioni o tal altre persone non ci piacciono, non ci giovano, lo possiamo accettare senza per forza sentirci rassegnati. La chiave del cambiamento è lì, nelle nostre tasche, va semplicemente presa in mano ed adoperate senza troppa paura e se anche così fosse, impariamo a chiedere supporto, senza vergogna. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: chi vive aspettando, rischia immense delusioni

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 06 January 2018

 

Questa settimana potrebbe sembrare che il titolo a questo articolo non sia del tutto azzeccato, invece, il termine aspettativa esprime il suo significato da: essere in attesa di, stare ad attendere qualcuno o qualcosa e se non vado errato, attendere è un degno sinonimo di aspettare. Ecco che aspettarsi qualcosa dall’esterno, non controllabile da noi stessi in prima persona è davvero molto rischioso, a lungo andare, soprattutto se le delusioni che raccogliamo aumentano a vista d’occhio. Anticipare, illuderci mentalmente, anche in maniera del tutto inconsapevole, ciò che vorremmo accadesse a lavoro, ciò che dovrebbe dire o fare il nostro partner, le parole esatte che ci aspettiamo da quell’amico affinché ci faccia le sue più sentite scuse, sono tutte ipotesi azzardate e poco pertinenti con la realtà. Non facciamo altro, così facendo, che prefigurarci degli scenari positivi dal nostro punto di vista, senza tener conto del fatto che gli altri agiranno in base al loro soggettivo pensiero, spesso e volentieri del tutto in disarmonia con il nostro. Possono essere davvero molto crudeli gli altri! Errato! Nella mente dell’altro si prefigurano degli scenari del tutto personali e del tutto validi anche se per assurdo in totale opposizione con la nostra aspettativa personale. Più è importante ciò che ci aspettiamo dall’esterno e più il tempo che dedichiamo a ricamarci sopra delle illusioni, maggiore sarà l’intensità della delusione che riceveremo. Non sempre, ovviamente, ma di certo spesso. Se ci soffermassimo a riflettere per un attimo su quante aspettative riponiamo negli altri, ci renderemmo subito conto che non solo facciamo soffrire noi stessi ma priviamo gli altri della loro libertà di movimento, facendoli sentire continuamente fuori luogo, fuori tempo e inadatti a renderci felici. Proviamo allora a ricordare come ci sentiamo quando qualcuno si aspetta qualcosa da noi e ce lo fa intendere chiaramente, non cominciamo ad avvertire una sorta di peso, di obbligo forzato che non ci appartiene? Come il cane che si morde la coda, più gli altri si aspettano da noi, più cerchiamo di accontentarli sentendoci soffocati e schiacciati da un mancato senso di appartenenza e coerenza con i nostri pensieri e le nostre emozioni. Impariamo a dire no e ad accettare i no degli altri senza risentimento. Evitiamo di agire solo ed esclusivamente per partito preso e concediamoci il lusso di riflettere ed accettare di poter commettere degli errori di valutazione o semplicemente di aver dei ripensamenti verso noi stessi e verso gli altri. Lasciamo scorrere liberamente le cose. Iniziamo a concentrarci maggiormente su noi stessi e non sugli altri. Rimpinziamoci di autostima e di competenze così da poter essere i primi leader di noi stessi. Impariamo a non piegarci nella vana attesa che siano gli altri ad agire nel modo più consono secondo il nostro punto di vista. Non aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo, ci sono volte nella vita in cui è fondamentale e necessario marciare da soli e godere di ogni singolo passo fatto in compagnia di noi stessi. Parola di Counselor!


Counseling con Ciabattoni Letizia: come superare la vergogna costruendo l’autostima

Written by Letizia Ciabattoni

Published: 19 January 2018

 

La vergogna è decisamente una tra le emozioni più distruttive e debilitanti che una persona possa provare. Questa subentra, solitamente, quando ci si sente male con se stessi, se si ha l’impressione di non rispecchiare gli standard che si erano autoimposti, così come quelli imposti dalla società. Si può arrivare a vergognarsi di qualsiasi cosa: di azioni volontarie o involontarie, di caratteristiche fisiche o morali, del fatto di essere grassi, di essere alti, bassi, di come ci comportiamo, di avere un padre alcolizzato, un vestito inadeguato, di scivolare per strada, di essere stati lasciati dal proprio partner, di esser stati licenziati. Tutto dipende dalla nostra storia personale. Non finisce qui, poiché la vergogna è in grado di prorompere anche nei ricordi di situazioni passate spiacevoli o negative. Si manifesta con un senso di disagio interiore, con comportamenti di timidezza, rossore, sudorazione, palpitazioni ed evitamenti continui di persone, circostanze e contesti. Ma uscire da questa “trappola” può essere fattibile iniziando a valorizzare se stessi e i contributi che ognuno di noi dona agli altri. Non dovremmo mai dimenticare di essere molto più di quello che abbiamo semplicemente fatto, detto o provato. Teniamolo bene a mente! Tendere alla perfezione, comporta un alto tasso di rischio di fallimenti o non riuscita, portandoci così inesorabilmente a provare meno autostima e persino a vergognarci quando non ci sentiamo all'altezza. L'idea della perfezione indottaci dalla società e dai mass media non è la realtà. Non saremo mai perfetti sembrando, parlando, muovendoci e pensando come dei cloni preconfezionati. La stessa cosa vale per i continui pensieri negativi che ci frullano in testa, portandoci spesso a livelli di vergogna e disprezzo di noi stessi del tutto inappropriati. Alla lunga, potremmo rischiare di ammalarci sia nella mente che nel corpo. Impariamo ad essere amici di noi stessi, invece di rimproverarci per quella cosa non fatta o per quell’atra non riuscitaci alla perfezione. L'auto-compassione porta numerosi vantaggi, tra i quali: il benessere mentale, l’aumento della soddisfazione nella vita e la diminuzione dell'autocritica. La vergogna, inoltre, incatena molte persone nel passato: le rende ansiose, timorose, depresse e suscita in loro sentimenti di bassa autostima. Sarebbe indispensabile abbandonarsi alla venuta di una vita che scorre e che non ristagna, abbandonando con il passato anche la vergogna correlata ad esso e alle sue esperienze ormai andate, consumate. Inutile sentirsi in debito verso il passato. I cambiamenti e le trasformazioni fanno parte della vita di ogni essere umano, basta convincersi del fatto che è sempre possibile superare un periodo difficile, in solitudine, con l’aiuto dei nostri cari o di un professionista del benessere. Imparare ad accettare le cose che non possono essere cambiate di noi stessi, degli altri e delle cose che accadono a prescindere da noi e dal nostro volere. Concentriamoci invece su tutti quegli aspetti positivi che ci caratterizzano, impariamo ad essere fieri di noi e prendiamo consapevolezza del fatto che siamo spesso il valore aggiunto nella famiglia, nel rapporto di coppia, nel gruppo di lavoro o degli amici. Essere riluttanti verso se stessi, nella gentilezza personale e concederne in maniera assoluta agli altri non sempre è una saggia decisione. Ritagliamoci del tempo per ripeterci che: "sono una brava persona. Merito il meglio"; "faccio errori e imparo da essi"; "ho molto da offrire al mondo. Sono un valore aggiunto per me stesso e per gli altri". Ricordiamoci del fatto che recuperare fiducia in noi stessi rappresenta il gradino essenziale per salire verso i livelli più alti, per godere della libertà, della serenità e della spensieratezza personali. Parola di Counselor!